SHEMINI 5780 : 5 LEZIONI

17 Aprile 2020 0 Di DavidYosef

Questo Shabbàt 18 Aprile 2020, 24 del mese di Nissan 5780 leggeremo la Parashà di

Sheminì Lev 9,1-11,47

HAFTARÀ
II Sam. 6

Si annuncia Rosh Chodesh

In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן שלמה ורחל

L’ALTRO LATO DEL SIDDUR
Il famoso cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal, a 91 anni, partecipò a un Congresso di rabbini europei. Ringraziandoli per il premio conferitogli raccontò un episodio accadutogli a Mauthausen, poco dopo la liberazione del campo. Rabbi Eliezer Silver, un eminente rabbino del Nord America, era giunto a portare aiuto e conforto ai sopravvissuti. Dopo la visita al campo Rabbi Silver invitò i sopravvissuti a partecipare a un servizio religioso. Wiesenthal rifiutò di andare, spiegando che durante la prigionia un ebreo religioso, mettendo a repentaglio la propria vita, era riuscito a far entrare un Siddur nel campo di concentramento. Wiesenthal dapprima aveva ammirato il suo coraggio, ma era rimasto inorridito quando aveva scoperto che costui “noleggiava” il Siddur in cambio di cibo. Molti ebrei avevano rinunciato al loro ultimo pezzo di pane pur di avere tra le mani quel libro per un paio di minuti. «Se questo è il comportamento di un ebreo religioso, non voglio aver nulla a che fare con un libro di preghiere!», concluse Wiesenthal. Rabbi Silver gli toccò dolcemente la spalla e disse: «Uomo sciocco! Perché guardi l’ebreo che ha usato il suo Siddur per togliere cibo dalle bocche degli affamati, e non pensi ai molti che hanno dato il loro ultimo pezzo di pane per usare un Siddur? Questa è la fede. Questo è il vero potere del Siddur!». Wiesenthal abbracciò Rabbi Silver e da quel giorno partecipò al Servizio.
Anche questo periodo di quarantena può essere visto o come un nemico che ci ha tolto la libertà di muoverci, oppure come un mezzo per farci ritrovare noi stessi, il nostro equilibrio interiore e la nostra armonia famigliare e insegnarci il valore di tutto quello che abbiamo e che davamo per scontato…
Anche il peggio può essere un grande dono:
È SOLO UN QUESTIONE DI PROSPETTIVA!

SINTESI PARASHÀ

Questa riflessione possiamo trovarla nella parashà di questa settimana all’ottavo (Sheminì) giorno di iniziazione di Aharon e dei suoi figli viene inaugurato il Mishkàn, il santo Tabernacolo dove risiederà la presenza divina.
In un momento così importante, nel quale spirito e materia si uniscono, vorremmo fare una digressione al momento in cui Hashèm chiede ordinò a Moshe è di costruire il Tabernacolo, richiesta che avviene in Shemot 25, 8:

“E mi faranno un santuario e Io risiederò in mezzo a loro”

L’espressione ebraica “in mezzo a loro”, betokhàm, ha un doppio livello di lettura, infatti può essere interpretata anche come “DENTRO di loro”.
Da qui la tradizione evince la presenza di due santuari, uno materiale (esteriore) che l’essere umano è tenuto a erigere attraverso le opere delle proprie mani, poi vi è anche un santuario interiore, lo spazio sacro costruito attraverso la preghiera e lo studio della Torà.

Non è certo un caso che i mistici danno alle lettere ebraiche l’appellativo di avanim – pietre. Il tempio di Gerusalemme era fatto con l’opera delle mani dell’uomo ed era in pietra, allo stesso modo attraverso le parole della Torà, anch’esse fatte di “pietre incise su pergamena”, possiamo costruire un santuario interiore dove la presenza divina può dimorare.
L’anima ebraica è intimamente legata alle lettere della Torà e da queste può essere consacrata e risvegliata, questo è il profondo motivo per cui il Mishkàn viene inaugurato l’ottavo giorno (sheminì).

In ebraico la parola shemone – otto, ha le stesse lettere di shemen – olio, il sacro unguento con cui si ungevano i cohanìm e gli arredi del tabernacolo per consacrarli ad Hashèm, ma shemone possiede anche le stesse lettere di neshemà – anima. Inoltre, sempre le stesse lettere formano il nome ebraico di uno dei figli di Yossèf, Menashè, il cui significato è “dimenticare” le afflizioni che l’esilio portò a Yossèf.

Il Santuario interiore viene consacrato nel momento in cui poniamo le lettere che compongono la Torà “come sigilli sulla nostra mano e come frontali ai nostri occhi”, in quell’esatto momento la forza spirituale delle lettere ebraiche “unge” e consacra la nostra anima, le nostre afflizioni dovute all’esilio vengono così “dimenticate”, il nostro corpo materiale viene illuminato e permeato dallo spirito che rinnova ogni giorno, attraverso la preghiera, la sua unione con il creatore.

LUTTO o GIOIA?
Il primo giorno di Nissàn fu per Aharon un giorno di grande gioia, ma anche di grande tristezza. Gioia per l’inaugurazione del Mishkàn, tristezza perché quel giorno hanno perso la vita due dei suoi quattro figli.
Nel corso dei secoli, i nostri maestri hanno cercato una spiegazione per la morte di Nadav e Avihu. Secondo alcuni, entrambi i giovani sono morti per essersi avvicinati ubriachi all’altare. Per altri sono stati puniti per non aver purificato le mani e i piedi prima di compiere il servizio divino. Un’altra opinione sostiene, invece, che si trattò del castigo per aver voluto introdurre una nuova norma, mettendo così in discussione l’autorità di Moshè e Aharòn.
Al di là dei motivo della loro morte, tramandando questo episodio la Torà ci trasmette un profondo insegnamento. I figli di Aharòn andarono a offrire un fuoco “estraneo” che nessuno aveva loro ordinato. Il fine che essi perseguivano – avvicinarsi a Dio – era legittimo, ma il mezzo attraverso il quale agirono non lo fu. Essi tentarono di avvicinarsi più di quanto era stato loro ordinato e lo zelo eccessivo, costò loro la vita.
Attualmente nel mondo, ci sono persone sinceramente convinte di avvicinarsi a Dio, di cercare la propria strada, assumono atteggiamenti portati all’estremo. Oggigiorno basta aprire un giornale per rendersi conto del proliferare del fanatismo e delle sue disastrose conseguenze: si arriva a uccidere in nome di Dio. La Parashà di Sheminì ci insegna che il fanatismo è un atteggiamento sbagliato.
Dobbiamo cercare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le nostre forze; ma questa ricerca deve essere serena ed equilibrata, e soprattutto deve permetterci di sviluppare le nostre risorse migliori, in armonia con tutto ciò che ci circonda.
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SHEMINI

PUNIZIONE PARI ALLA COLPA!

Perché Iyov-Giobbe viene punito così fortemente?

SHEMINI 5768 – PUNIZIONE PARI ALLA COLPA!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana:
www.virtualyeshiva.it/files/08_03_27_shemini5768_nadav_avihu_iyov_diplomazia.mp3

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Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:

SHEMINI 5772 : 5 LEZIONI


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La macellazione degli animali è da sempre un argomento di grande attualità che spesso ritorna. Si è parlato di metodologie crudeli in Italia per macellare gli animali.
Di recente nel Belgio hanno vietato la macellazione della carne e polli mettendo in crisi le comunità ebraiche europee, che compravano principalmente dal Belgio.
Alcuni anni fa, ad esempio, un gruppo di animalisti di Torino hanno protestato contro la macellazione kashèr degli animali da loro considerata una pratica crudele. Gruppi, partiti politici o singoli che prendono di mira la macellazione degli animali, e spesso proprio la pratica halakhica della sekhità, è un fenomeno purtroppo frequente.
Tuttavia, la shekhità, contrariamente a quanti molti pensano, è il modo migliore per non far soffrire l’animale. Per rendere la carne kashèr, la shekhità prevede un taglio alla gola che provoca un improvviso calo di liquidi circolanti, nel sistema venoso e arterioso, con conseguente crollo della pressione e del funzionamento del sistema cerebrale che determina una mancata percezione del dolore da parte dell’animale che così non produce adrenalina.
(continua sotto)
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

SHEMINI
Al seguente link troverai la lezione sulla nostra parashà in formato mp3:
Dal seguente link si scarica il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

www.virtualyeshiva.it/files/11_03_22_shemini5771_darosh_dorash_umilta_stupidita.mp3

QUANDO LO STUDIO DELLA TORÀ

È SOLO A METÀ DEL GUADO!

“Ci sono solo due cose che sono infinite: l’universo e la stupidità umana” – Albert Einstein.

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Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/03/24/shemini-5773-5-lezioni/
PRIMO DIETOLOGO AL MONDO: LA TORÀ
La Torà di Hashèm è perfetta e ristora l’anima…
(Tehillìm 19,8)
NON FARE DIVENTARE LE MEDICINE LA TUA ALIMENTAZIONE. BENSÌ FAI DIVENTARE LA TUA ALIMENTAZIONE LE TUE MEDICINE…
Rabbi Moshè ben Maimonide.
L’alimentazione kashèr è un pilastro dell’ebraismo, perché condiziona la sanità del: nostro corpo, nostro carattere, la nostra anima e la nostra esistenza.
Un famoso detto afferma: “Noi siamo ciò che mangiamo”.
Nella parashà di questa settimana di SHEMINÌ troviamo le regole alimentari e questo è il momento di riflettere come possiamo migliorare la nostra alimentazione, per la nostra salute e anima.
La macellazione degli animali è da sempre un argomento di grande attualità che spesso ritorna. Si è parlato di metodologie crudeli in Italia per macellare gli animali.
Di recente nel Belgio hanno vietato la macellazione della carne e polli mettendo in crisi le comunità ebraiche europee, che compravano principalmente dal Belgio.
Alcuni anni fa, ad esempio, un gruppo di animalisti di Torino hanno protestato contro la macellazione kashèr degli animali da loro considerata una pratica crudele. Gruppi, partiti politici o singoli che prendono di mira la macellazione degli animali, e spesso proprio la pratica halakhica della sekhità, è un fenomeno purtroppo frequente.
Tuttavia, la shekhità, contrariamente a quanti molti pensano, è il modo migliore per non far soffrire l’animale. Per rendere la carne kashèr, la shekhità prevede un taglio alla gola che provoca un improvviso calo di liquidi circolanti, nel sistema venoso e arterioso, con conseguente crollo della pressione e del funzionamento del sistema cerebrale che determina una mancata percezione del dolore da parte dell’animale che così non produce adrenalina.
Quindi la carne kashèr risulta più buona, sana e rispettosa dell’animale rispetto ai metodi moderni considerati da molti più “politically correct”: come l’uso di un proiettile sparato nel cervello; o l’elettroshock, prima della macellazione. Metodi che invece fanno soffrire l’animale molto più a lungo e rendono la carne non kashèr e più cattiva poiché “inquinata” dall’adrenalina.
La Torà e le tradizioni ebraiche millenarie, da esse derivate, superano il tempo e le “mode”. Hashèm, nella sua infinita saggezza, ci chiede di rispettare la mitzvà della kasherùt , non solo per il bene della nostra salute, ma citando Re Davide, anche per “ristorare le nostre anime”.
Va sempre più di moda la ricerca della qualità del cibo e di conseguenza il cibo kashèr viene più acquistato. Tutta la procedura prevista dalla Torà è sinonimo di qualità, in particolare per la carne: prima di macellare un animale bisogna accertarsi che sia sano e non abbia subito interventi. Un animale malato, anche se sgozzato secondo la legge ebraica, comunque non è kashèr. Gli americani, anche i non ebrei, comprano sempre di più i prodotti alimentari con il marchio “kashèr”, spinti da motivazioni legate alla salute e dalla convinzione che carni e pollami – preparati secondo le strette regole della dieta alimentare ebraica – siano una scelta più sicura per difendersi dalla contaminazione batterica.
Manes Wiezel, il fondatore della City Glatt Inc. di Los Angeles, noto distributore di carni “glatt kashèr”, ha infatti riscontrato un costante e significante aumento delle vendite attribuibile alla domanda extra di compratori che non sono motivati dalla religione, ma da questioni di salute e di sicurezza del cibo.
La parashà di questa settimana elenca le specie di cibi che gli ebrei possono o meno mangiare. Tale argomento rientra nelle leggi riguardanti la kasherùt.
Nel corso degli anni molte interpretazioni di carattere razionale sono state attribuite alle norme sulla kasherùt. Alcuni hanno asserito che esse erano solo una temporanea misura igienica. Ad esempio il maiale sarebbe stato proibito affinché gli ebrei non fossero colpiti da malattie come la trichinosi; mentre le regole sulla salatura della carne sono state intese come un modo di preservarla , prima dell’invenzione della refrigerazione. Pertanto, essi sostengono, che le norme sulla kasherùt non sarebbero più applicabili al giorno d’oggi, essendo tutto più igienico.
Tuttavia questo approccio è errato. Mentre è certamente vero che la Torà si preoccupa della salute e della pulizia delle persone, questa non è la spiegazione razionale delle leggi sulla kasherùt. La Torà infatti si preoccupa anche del nostro benessere fisico e spirituale e della nostra purità interiore. Di conseguenza, quando la Torà ci vieta determinati cibi, ha come scopo quello di provvede al nostro equilibrio tra anima e corpo e alla “pulizia spirituale”. Cibi che sono intrinsecamente sporchi e disgustosi, come la carne di animali morti di malattia, o quelli prodotti dagli insetti e l’antigienico maiale, non sono kashèr, e coloro che li mangiano hanno poco riguardo della propria anima, oltre che del proprio fisico.
Allo stesso modo, cibi di animali dalla natura cruenta, come uccelli rapaci e bestie selvagge, sono proibiti, mentre prodotti di animali domestici, come il pollo e la mucca, sono permessi. Siccome “NOI SIAMO CIÒ CHE MANGIAMO” , di conseguenza sarà importante basare la nostra alimentazione sugli animali “pacifici” che, non a caso, sono quelli permessi.
Le norme sulla kasherùt hanno delle fondamenta spirituali, in aggiunta a quelle legate alla salute, esse non sono limitate a una specifica era, ma sono “senza tempo”. Per questo motivo dobbiamo prestare molta attenzione al cibo che ingeriamo ed essere sicuri che gli ingredienti dei prodotti che acquistiamo non contengano elementi non kashèr. Dobbiamo accertarci che la carne che compriamo sia stata preparata sotto la supervisione di una riconosciuta autorità rabbinica e non dobbiamo prendere nulla per scontato basandoci solo sul nostro giudizio.
Un grande maestro si trovava un giorno in una terra lontana dove nessuno lo conosceva. Un semplice ebreo vedendo il rabbino dall’aspetto distinto pensò che egli potesse essere uno shokhèt e gli chiese di macellare per lui un pollo. Questi declinò poiché non era uno shokhèt. “Mi presteresti 1.000 dollari?” chiese il rabbino all’ebreo. “Non ti conosco, non sono sicuro che me li restituirai” fu la risposta. “Dal momento che non mi conosci, come potevi fidarti di me per macellare il pollo secondo la halakhà?” gli chiese il rabbino. E concluse:
I SOLDI NON SONO PIÙ IMPORTANTI DELLA SANITÀ DEL CORPO!!!

SHEMINI 5771 – QUANDO LO STUDIO DELLA TORÀ È SOLO A METÀ DEL GUADO!
“Ci sono solo due cose che sono infinite: l’universo e la stupidità umana” – Albert Einstein.

SHEMINI 5770 – LIBERO ARBITRIO O TELECOMANDATI?
Da una semplice regola di impurità dei liquidi che vengono in contatto impariamo un incredibile insegnamento del rapporto con Hashem.

SHEMINI 5768 – PUNIZIONE PARI ALLA COLPA!
Perché Iyov-Giobbe viene punito così fortemente?

SHEMINI 5765 – L’OTTAVO GIORNO E L’ERA MESSIANICA.
La prospettiva messianica del legame tra l’ottavo giorno, dopo l’edificazione del Santuario, e gli attributi di kasherut degli animali.