BESHALLAKH, TV BSHVAT 5781: 8 LEZIONI PRECEDENTI

24 Gennaio 2021 1 Di HaiimRottas

Questo Shabbàt 30 Gennaio 2021, 17 del mese di Shevàt 5781 leggeremo la Parashà di Beshallakh Es 13, 17 – 17, 16.

Si legge l’Haftarà di:

Italiani: Giud. Shofetìm 4,4-5, 3
Milano/Ashkenaziti: Giud.Shofetìm 4, 4 – 5, 31
Sefarditi: Giud. Shofetìm 5, 1-31

In memoria del mio carissimo amico Rav Haim Moshe Mordechai ben Dovber Shaikevitz

TU-BISHVAT
Il capodanno degli Alberi

Nel 15 del mese ebraico di Shevàt (quest’anno cade il 28 gennaio) si celebra il “Capodanno degli alberi”.
Apparentemente potrebbe sembrare una ricorrenza un po’ “strana”, rispetto alle altre ricorrenze ebraiche sempre collegata a specifici episodi della Torà. Il motivo principale di questa celebrazione (come ricordato dal Rebbe in una sua lettera) è legata al significato simbolico che l’albero ha per il servizio divino dell’essere umano. La maggior parte delle piante e particolarmente degli alberi, consiste di parti diverse divise in tre principali gruppi: la radice, il tronco principale (che porta i rami e le foglie) e il frutto (la buccia, il frutto ed il seme). Queste tre parti hanno ciascuna la sua specifica funzione. La radice è il mezzo che assicura le sostanze nutrienti necessarie alla vita della pianta nella terra. E rappresenta anche per la pianta una base solida contro il vento. Essa è, alla lunga, il fattore di vita più importante della pianta, nonostante anche le foglie contribuiscano con la linfa vitale della pianta ad assicurare l’aria e i raggi del sole, sostanze essenziali all’esistenza della stessa. Il tronco è il corpo principale dell’albero e chiaramente stimola l’accrescimento e lo sviluppo dell’albero. Ma l’albero raggiunge la perfezione solo dopo aver prodotto i frutti, poiché in essi è celato il seme per la continuità della specie, generazione dopo generazione.

L’uomo è paragonato a un albero (Deuteronomio 25, 19). Da quanto detto sopra, possiamo apprezzare meglio la somiglianza tra la struttura dell’albero e il significato spirituale che essa rappresenta per ognuno di noi: la radice è la fede che lega una persona alla sua origine divina e che costantemente gli assicura il suo nutrimento spirituale. Il tronco rappresenta la Torà e le mitzvòt, che devono aumentare e rafforzarsi sempre di più come il tronco aumenta nel corso degli anni la sua capacità di sostenere e nutrire l’albero. Tuttavia è il frutto l’elemento che più di ogni altra cosa giustifica l’esistenza dell’albero, poiché esso rappresenta le buone azioni dell’uomo, proprio come il frutto da beneficio al mondo anche le buone azioni portano beneficio al mondo. Inoltre il frutto contiene dentro il seme che, a sua volta, “produce” molte altre buone azioni, come dice il Talmùd una buona azione porta un’altra buona azione.
(continua al seguente link)
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EVVIVA LE DONNE CHE SONO LE COLONNE…

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Questa settimana leggiamo nella Torà un evento che ha cambiato la FACCIA dell’umanità. Qualcosa di strabiliante accadde nella quarta porzione della Torà e non è l’apertura del Mar Rosso, ma MOLTO DI PIÙ…

Miryàm nacque nell’anno 2361 (1400 a.e.v.). Durante la sua infanzia l’oppressiva schiavitù del popolo ebraico, sotto gli egiziani, era all’apice della sua violenza. A dispetto della crudeltà subita, Israèl crebbe straordinariamente di numero e le nascite gemellari erano più la norma che l’eccezione. Preoccupato che l’unione di una forte nazione ebrea con i nemici egiziani rovesciasse il suo dominio, il Faraone fece separare i mariti dalle mogli allo scopo di diminuire l’elevato numero di nascite di bambini ebrei. Quando il piano risultò inefficace, ordinò alle due levatrici ebree, Yokhèved e Miryàm (Shifrà e Pu’à), di uccidere alla nascita tutti i bambini ebrei maschi. Alla fine diede l’ordine di gettare TUTTI i bambini maschi nel Nilo. Nessuno di questi malvagi comandi ebbe successo. Le virtuose donne continuarono a generare figli, le coraggiose levatrici sfidarono gli ordini del Faraone, e Dio salvò miracolosamente i bambini dalle acque del fiume e si prese cura di loro e li riunì alle loro famiglie.
Il leader spirituale della generazione, Amràm, divorziò da sua moglie Yokhèved per non procreare e tutto il popolo seguì l’esempio della sua guida e divorziò anch’esso. Se la situazione fosse rimasta tale il grande redentore, Moshè, non sarebbe nato e il popolo NON sarebbe uscito dall’Egitto, perché solo Moshè aveva le qualità spirituali per portare la redenzione.

Miryàm la Classica “Guastafeste”!
La piccola Miryàm di sei anni aveva il dono della profezia e sapeva che il suo futuro fratello Moshè sarebbe stato il liberatore degli ebrei. Perciò si ribellò a suo padre, Amràm, il SUBLIME maestro di tutti gli ebrei, ed ebbe il coraggio di sfidarlo dicendo: “Il Faraone ha decretato di uccidere solo i maschi mentre tu papà che hai divorziato dalla mamma sei peggio, perché lasciando la mamma non arriveranno neanche delle femmine, per le quali non vi è alcun decreto di gettarle nel Nilo”.
Miryàm alla tenera età di SOLI sei anni era riuscita a escogitare un piano per convincere il grande Amràm, padre di Moshè (la persona più saggia della generazione), dicendogli che in questo modo stava contribuendo a peggiorare il decreto del Faraone che aveva almeno escluso le donne dallo sterminio. Ella aveva visto profeticamente che un MASCHIO REDENTORE doveva arrivare dai suoi genitori e la scusa delle femmine era un pretesto per farli tornare insieme. Quando il popolo vide la guida Amràm risposarsi, tutti gli israeliti seguirono l’esempio e si risposarono con le proprie mogli.
Grazie alla DETERMINAZIONE, FEDE e SPERANZA di Miryàm suo padre si riunì con sua mamma e nacque Moshè: grazie a ciò la redenzione potrà concretizzarsi.
Quando sua madre Yokhèved partorì un maschio, sapeva che gli egizi erano in agguato per venire a prendere suo figlio e buttarlo nel Nilo, perciò fu OBBLIGATA a mettere il figlio nella cesta sull’acqua; la sopravvivenza del piccolo sembrava inverosimile. Ma la piccola profetessa Miryàm non smise di vigilare su di lui. Con fede integra, aspettò di vedere come la salvezza di Hashèm si sarebbe manifestata.
La Provvidenza Divina fu evidente. Dopo solo un quarto d’ora giunse la figlia del Faraone e il bambino venne salvato, aprendo così la via verso la fine della schiavitù e dell’oppressione (Tosfòt Sotà 11°).
La storia è molto lunga con tanti dettagli emozionanti, ma saltiamo ottanta anni e passiamo al momento in cui sta per avverarsi la profezia di una bambina di sei anni.
Quando Israèl lasciò Mitzràyim (Egitto), la fede di Miryàm continuò a essere sempre forte e incrollabile, ormai dopo le dieci piaghe tutto ciò per cui aveva combattuto e creduto si stava realizzando.

I Tamburelli di Miryàm
Dopo l’apertura del mare e la ricaduta delle acque sugli egiziani la schiavitù terminò definitivamente e Moshè e Israèl intonarono il famoso CANTO DEL MARE che leggiamo ogni mattina.
Ma le donne non si accontentarono solo di cantare come gli uomini, poiché erano più virtuose. Guidate da Miryàm presero i tamburelli e i flauti per ringraziare Dio del grande miracolo ricevuto con una lode maggiore di quella degli uomini.
Tuttavia ci si dovrebbe chiedere come ebbero quegli strumenti tra le mani mentre fuggivano frettolosamente dall’Egitto, senza neanche aver il tempo di cuocere il proprio pane? Tamburi, tamburelli e flauti non sono certo nella “lista” delle cose necessarie da portare con sé, dopo aver vissuto per ben 210 anni in una tremenda schiavitù? Forse non era il momento migliore di pensare a creare degli strumenti musicali e portarli dietro proprio quando si era in procinto di ottenere la liberazione dalla schiavitù?
La spiegazione di questo “eccentrico” comportamento la troviamo nel fatto che, ancora prima di essere completamente in salvo dagli egizi, Miryàm e tutte le altre donne si erano preparate per la vera redenzione per poter lodare il miracolo divino nella maniera migliore possibile. Le donne trascurarono i loro beni accumulati dopo due secoli di esilio e si focalizzarono SOLO su come dare massimo clamore al grande miracolo dell’apertura del mare.

Canti di Donne
La haftarà che leggiamo ogni Shabbàt tratta sempre l’argomento principale della parashà. Perciò questa settimana la haftarà parla di un CANTO, quello di Devorà, come nella parashà. Ma nei profeti abbiamo sei canti di cui uno solo di una donna; come mai viene scelto proprio quello della profetessa Devorà e non quello del grande David per esempio?
Questo ci insegna che il canto principale è quello delle donne e della profetessa Miryàm che – e lo si evince da quel momento – è stata una profetessa superiore a TUTTI, anche a suo padre la guida di quella generazione. Solo quando si conclude l’uscita dell’Egitto lei diventa la profetessa, quando si avvera completamente la redenzione tramite suo fratello Moshè e solo allora viene chiamata esplicitamente MIRYAM LA PROFETESSA.
Per questo leggiamo SOLO la haftarà di una DONNA PROFETESSA, perché il canto delle DONNE era superiore e perché Miryàm fu la protagonista di tutta la vicenda e perché SOLO grazie alla sua FERMEZZA Israèl uscì dalla schiavitù.
Non a caso in tutta la Torà il dono della profezia non viene dato quasi a nessuno e comunque nessuna donna riceve questo titolo all’infuori di Miryàm che è una delle sette donne profetesse della Bibbia, come è scritto (15, 20): “E prese Miryàm la PROFETESSA…”.

Chi dice che l’ebraismo è una religione misogina NON ha capito niente. La religione ebraica è MERITOCRATICA per eccellenza e conta chi crede, come Miryàm, nella profezia che ha avuto e non si è fatta condizionare da nessuno. Lei non ha perso mai la speranza, non si è fatta mai abbattere e deprimere dalla durissima repressione egizia. Non è importante se è una donna, non è importante se è una bambina di sei anni che sfida il leader mondiale che è il Faraone oppure la guida degli israeliti suo padre, ma visto che lei aveva ragione, LEI È LA PROTAGONISTA e per questo la haftarà riporta un brano dei Profeti che ha una donna come protagonista, in modo che la lettura dei profeti sia analoga alla lettura della Torà.

Come si dice in italiano? Quando ero piccolo sentivo una canzone che diceva:
EVVIVA LE DONNE CHE SONO LE COLONNE DELL’UMANITÀ!!!

In realtà quando leggiamo la quarta porzione del libro dell’Esodo le donne sono molto di più di “colonne”:
SONO L’ESEMPIO DELLA SPERANZA CHE NON DEVE MAI SPEGNERSI e SOLO GRAZIE A LORO I FIGLI DI ISRAEL SONO STATI REDENTI!!!

La Nostra Generazione Ha le Stesse Anime!

Il grande Arì ci insegna che le anime dell’ultima generazione dell’esilio (che è la nostra generazione) sono le stesse anime delle persone che sono uscite dall’Egitto. Per cui le donne della nostra generazione sono le stesse anime di quelle che hanno portato la fede in Hashèm, in generale, e la fede nella redenzione in particolare.
Il parallelo con la nostra generazione è chiaro! Ora, più che mai, il popolo ebraico ha bisogno della fiducia per anticipare la gheulà (redenzione) che ci è stata promessa e che porterà a giorni di pace, prosperità e redenzione per l’intero mondo.
Speriamo di aspirare alle qualità straordinarie di Miryàm e di seguire il suo esempio di attendere con fervore la Redenzione, come ci ha insegnato il Rebbe di Lubàvitch, poiché ormai dobbiamo solo aprire gli occhi e vivere la redenzione che in realtà è già iniziata fin dal 5750 – 1990, quando siamo entrati nel venerdì pomeriggio del sesto millennio.

Basato su una raccolta di Midrashim Yalkut Me’am Loaz, Shemòt 2, 4 e discorsi del Rebbe di Lubàvitch

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Il dvar Tora di questa settimana è dedicato in memoria della Signora Miryam Bat Yoel Bassali z”l che ci ha lasciati una settimana fa.
Una donna molto speciale di grande esempio per la città di Milano che il suo sorriso trasmetteva forza e fede e il suo nome è proprio Miryàm che è la grande protagonista di questa settimana.
Che sia il suo ricordo una benedizione a tutti i suoi famigliari e che possa riposare in gan eden assieme a tutti gli altri tzaddikìm.
Porgiamo le condoglianze al marito e ai figli, con l’augurio di poterla rivedere al più presto con la venuta di Mashìakh zidkenu amen.

In memoria di Yaakov ben Shelomo
לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל

SIAMO SUPERIORI AGLI ANGELI

Mentre dorme, David sogna l’Angelo Gabriele che gli dice: “David, David, domani nel tuo paese scoppierà un’alluvione, ma Hashèm mi ha ordinato di salvarti. Ricorda quindi che ti salverò, non dimenticarlo. Sarai salvato!”.
Il giorno dopo, scoppia l’alluvione predetta dall’angelo e case, ponti, scuole, ospedali ecc. vengono distrutti. David si trova sperduto nell’acqua, attendendo l’aiuto dell’angelo.
Ad un certo punto passa una barca, è Emanuele, un amico di David che vedendolo in pericolo gli urla: “Dai salta su David”, ma lui imperterrito gli risponde: “No, me la caverò!”.
Dopo dieci minuti passa un’altra barca, è Levi, un altro amico di David, che vedendolo in difficoltà gli grida: “Salta su dai forza!”, ma ancora una volta David risponde: “No, me la caverò, tranquillo”. Dopo un po’ passa un’altra barca e la scena si ripete.
Alla fine, David muore e arrivato in paradiso vede l’angelo Gabriele e gli dice: “Mi hai mentito! Avevi detto che mi avresti salvato!”.
L’angelo prontamente gli risponde: “Ma scusa oltre a mandarti tre barche cosa dovevo fare di più…?”

La spaccatura del mare, dopo l’uscita dall’Egitto, rappresenta un evento di ASSOLUTA importanza, poiché ha concluso il primo ESODO della storia dell’umanità. Oltre a essere il primo evento nel suo genere, esso racchiude anche diversi insegnamenti di VITA che sono come dei GRANDI TESORI da portare con noi in ogni momento.
Finalmente dopo 210 anni di schiavitù pesantissima, dove il sangue degli ebrei scorreva come il fiume del Nilo in quantità mastodontiche, arriva il grande momento dell’uscita.
Il 15 di NISSAN, dell’anno 2448 dalla creazione del mondo: la SUPER POTENZA universale del momento non riesce più a soggiogare i suoi indispensabili schiavi per la realizzazione dei grandi progetti dell’Egitto. Un popolo intero viene liberato senza che nessun cane emettesse alcun suono, nonostante che TUTTI i cani fossero addestrati con stregonerie ad abbaiare nella direzione verso la quale uno schiavo cercava di scappare.
Il popolo di Israèl si ritrova davanti al mare con gli egiziani alle loro spalle che li vogliono riportare in Egitto. Gli egizi sono feriti nella loro dignità dopo che un popolo intero è scappato con i loro tesori presi in prestito…
Tutto questo succede poiché è tutto calcolato dal Creatore del mondo e gli egiziani dovevano morire affogati, proprio come loro UCCIDAVANO I NEONATI facendoli AFFOGARE NEL NILO.
Il mare però non si apre e il popolo non sa cosa deve fare. Hashèm dice al popolo di entrare nel mare e SOLO quando loro entreranno ALLORA il mare si aprirà!!!
Questo argomento racchiude ben 5 GRANDI insegnamenti di vita FONDAMENTALI in ogni momento.

1°. Buttiamoci Prima Noi
Spesso si sente dire: se trovo un bel lavoro mi ci butto! Se trovo la giusta donna mi sposo! Se mia moglie fosse più calma e comprensiva avrei pace in casa…
Questi sono alcuni di tanti esempi di situazioni che ci possono accadere in ogni momento.
Illudersi che il mare si apre e solo dopo entrarci vuole dire che non abbiamo capito niente della vita. Questo sarebbe come il gatto che si vuole mordere la coda che entra in un circolo vizioso: mentre si gira per prendere la coda, nello stesso istante, si sposta la coda di continuo.
Se ci troviamo davanti a un mare e gli egiziani alle calcagna, vuole dire che abbiamo una delle tante sfide che dobbiamo superare, le prove ci vengono date per essere superate al fine di elevarci.
Gli angeli, a differenza degli uomini, non hanno prove e perciò non sono stimolati ad elevarsi, quindi non hanno mai delle difficoltà. Questo perché gli angeli non hanno il merito di avere il libero arbitrio, di poter scegliere tra bene e male, per loro superare una prova non ha nessun valore.
Come dice lo Zòhar questo è un mondo con valori al contrario (àlma deshìkra), anche la cosa più negativa può essere il più grande regalo, basta non fermarsi all’aspetto esterno.

2° Come Uno Tsunami
Ci si potrebbe chiedere: cosa ci vuole per entrare nel mare? Immaginiamo di fare un tuffo in una delle tante belle coste italiane nel mese di aprile. Cosa vi è di più piacevole? Se ci spostiamo nel sud di Israele molti fanno il bagno a Elat in aprile, nel mese in cui sono usciti dall’Egitto, Nissan…
E allora, perché era così complicato entrare nel mare? Perché in quel giorno il mare era MOLTO AGITATO come uno tsunami!!! Faceva paura solo a vederlo. Questo perché la prova, per essere vera e darci un merito, deve essere al di sopra della nostra ragione.
Per questo nessuno osava mettere neanche un dito nel mare in quel giorno. Come diciamo nelle Massime dei Padri cap V, Mishnà 5: dieci volte Israèl mise Hashèm alla prova, di cui due volte sul mare quando dissero: se il mare si apre noi ci entriamo…
Da questo impariamo che solo un mare agitato, come uno Tsunami, può darci dei meriti, ma solo quando superiamo la prova. Pertanto, se vediamo uno Tsunami nella vita non spaventiamoci, perché esiste solo per darci un merito.

3° Santa Pazienza
La struttura di quasi ogni prova nella Torà, come spesso accade anche nella vita, è che fino all’ultimo non si sblocca. Lo vediamo in una delle prove di Abramo quando arrivato ad un fiume che doveva superare solo quando l’acqua è arrivata alla bocca, solo allora il fiume è scomparso.
Anche per quei pochi che sono entrati nel mar Rosso, come Nakhshòn e i suoi fedeli, il mare non si è aperto subito ma solo dopo, quando stavano per affogare, allora si è aperto.
Se pensiamo che le prove si annullino appena le affrontiamo facciamo un grande errore. Bisogna avere PAZIENZA e DETERMINAZIONE, occorre andare fino in FONDO.
Ad esempio: Se ci fossero delle discussioni con la futura anima gemella o dopo 25 anni di matrimonio, non vuole dire che non è la moglie giusta. I problemi ci arrivano solo affinché li superiamo in modo da poterci elevare e migliorare.

4° Decisione Giusta Nel Momento Sbagliato?
Dopo l’uscita dell’Egitto il popolo di Israèl si ritrova davanti al mare che dovevano attraversare. Par’ò radunò tutti i suoi cavalieri e il suo esercito e li raggiunse mentre erano accampati presso il mare nella località di Pi Hakhiròt.
I figli di Israèl videro gli egizi ed ebbero una grande paura e la loro reazione fu quella di dividersi in quattro gruppi (Shemòt 14, 14-15):
Il primo voleva buttarsi in mare, poiché preferiva annegare piuttosto che tornare in Egitto; il secondo gruppo pensava che sarebbe stato meglio tornare ad essere schiavi; il terzo voleva combattere; il quarto gruppo voleva invocare Dio.
Hashèm disse a Mosè: “Perché mi volgi il tuo grido? Dì ai figli di Israèl di mettersi in cammino” (Shemòt 14, 15).
Dio dice al popolo, tramite Mosè, che il mare si aprirà solo se si metteranno in cammino. Le opinioni di 3 dei 4 gruppi (tranne ovviamente quella di chi voleva tornare in schiavitù), non erano di per sé sbagliate, ma erano inopportune ed inutili in quel momento.
In particolare ci si può chiedere cosa vi era di sbagliato nelle intenzioni del primo gruppo? In fondo apparentemente, ubbidivano all’ordine di Hashèm: “Dì ai figli di Israèl di mettersi in cammino”, quindi di andare verso il mare.
Al primo gruppo, quello che voleva buttarsi in mare in maniera disperata, quasi suicida, Mosè gli risponde: “State a guardare la salvezza che Hashèm opererà per voi oggi”.
Proprio nella risposta di Mosè noi possiamo trovare la giusta chiave di lettura di questo episodio della Torà. Il grave difetto delle intenzioni del primo gruppo, era che loro non volevano buttarsi in mare con forza e speranza in Dio, ma erano spinti a questo gesto dalla disperazione. Invece il mare si sarebbe aperto solo se il popolo di Israèl si fosse “messo in cammino” con fiducia e fede nel fatto che Hashèm avrebbe realizzato la sua promessa, li avrebbe salvati. Per questo Mosè gli dice di non buttarsi ma di “guardare la salvezza che Hashèm opererà per voi oggi”.
Da questo episodio noi possiamo trarre un grande insegnamento nella vita di tutti i giorni: di fronte alle prove a cui siamo sottoposti agiamo, ma non con la forza della disperazione, bensì con la determinazione della forza della fiducia in Dio, nella Sua salvezza. Solo così IL MARE SI APRIRÀ

5° Meglio Riuscire Per I Nostri Meriti
Dalla parashà di Beshalàkh possiamo trarre un altro grande insegnamento.
In Shemòt 14, 22 troviamo scritto: “I figli di Israèl entrarono nel mare, all’asciutto e l’acqua faceva loro da muro alla loro destra e alla loro sinistra”. La stessa frase la troviamo ripetuta poco più avanti nel verso 14, 29.
È cosa nota che ogni singola parola della Torà ha un’enorme rilevanza, anche una sola parola in più o meno, ha un significato essenziale. In questo caso troviamo ripetuto un intero verso! Cosa ci vuole dire la Torà con questo fatto? Una delle possibili interpretazioni ci viene data dal libro del Santo Zòhar che afferma come, in tutto il lungo periodo della schiavitù in Egitto, il popolo ebraico si era contaminato con innumerevoli peccati. Era caduto nei più bassi livelli dell’impurità, proprio come gli Egizi.
Da questo punto di vista ebrei ed egiziani erano identici, entrambi erano immeritevoli della misericordia di Hashèm. Continua lo Zòhar dicendo, quindi perché il mare si sarebbe dovuto aprire di fronte al popolo d’Israèl e chiudersi di fronte agli egizi? Quale erano le differenze tra i due popoli?
Per questo motivo Dio, per bocca di Mosè, ordina al popolo ebraico di “mettersi in cammino”, di entrare nel mare affinché questo si apra, proprio per dare al popolo ebraico, il merito di aver avuto fede in Hashèm. Questo sarebbe stato l’atto su cui fondare l’intervento della misericordia divina. Proprio per questo motivo Mosè voleva che il primo gruppo si buttasse in mare, non perché mosso dalla disperazione, ma per fede in Dio, dalla certezza della sua salvezza.
Allora perché alla fine il mare si aprì, come riportato nei versi 22 e 29 del capitolo 14? Grazie al gesto di pochi: Nakhshòn e ai suoi seguaci che si buttarono in mare con fede e certezza nella promessa fatta da Hashèm. Solo allora il mare si aprì permettendo a tutto il popolo ebraico di raggiungere la salvezza.
Tuttavia lo Zòhar fa un’altra interessante osservazione, perché poi il mare non si richiuse al passaggio della maggioranza del popolo Israèl che non aveva creduto in Dio? La risposta, sempre secondo lo Zòhar, è che Dio si ricordò di Abramo dei suoi meriti e della promessa che Dio gli fece sulla sua discendenza che “Sarebbe stata numerose come le stelle del cielo”.
Da questa spiegazione troviamo il motivo della ripetizione dei due versi: in Esodo 14, 29, diversamente che nel paragrafo 22, è scritto: “I figli di Israèl entrarono nel mare, all’asciutto e l’acqua faceva loro da MURO alla loro destra e alla loro sinistra” la parola muro/Khomà della frase è scritto senza la ‘vav’.
In questo modo si può leggere sia “muro”, sia come “rabbia”, quindi possiamo rileggere questa parte come: “I figli di Israèl entrarono nel mare, all’asciutto e l’acqua ERA ARRABBIATA alla loro destra e alla loro sinistra”. Questo poiché il mare era “arrabbiato” del fatto che si dovette aprire, non per i meriti del popolo ebraico, per i meriti di Abramo.
Da questa storia impariamo come, a volte, se Dio vuole, basta un piccolo gruppo di persone fedeli della volontà di Hashèm per salvare anche chi è carente nella fede.
Il secondo insegnamento è che tutte le prove che subiamo nella vita, anche quelle più dure e difficili, sono in fondo solo un’opportunità che ci viene offerta da Dio per migliorarci, per elevare noi stessi e gli altri che ci circondano. Grazie allo sforzo che mettiamo nel capire su come e cosa dobbiamo fare per vincere la sfida che abbiamo d’innanzi.

In ricordo della recentissima ricorrenza del 10 di Shevàt dove abbiamo avuto il merito che il Rebbe di Lubàvitch ha accettato di guidare il movimento Chabad e illuminare il mondo con la sua saggezza, con la sua luce di amore e positività.
Questi sono alcuni degli insegnamenti che ho avuto l’onore di sentire da lui direttamente. Insegnamenti che sono come dei fari per tutta l’umanità.
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In questi giorni è giusto mettere in atto le sue richieste e i suoi insegnamenti. Ad esempio assicurarsi che tutti gli ebrei mettano i Tefillìn ogni giorno. I gentili imparino e osservino tutti i 7 precetti Noakhidi, compresi quelli derivati che sono quasi 70.
Se ognuno di noi, in questi giorni speciali, riuscisse a migliorare anche nel compimento di una sola azione, aggiungeremmo una luce in questo mondo e accelereremmo così la imminente rivelazione di Mashìakh, presto nei nostri giorni. Amen.
Rav Shlomo Bekhor YH

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BESHALLAKH:

nuova lezione di VITA
TSUNAMI: PROVA DI FEDE
Solo Le Prove della Vita ci Portano Tanto in Alto!

https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10157860211100540

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I QUATTRO GRUPPI DEL MARE!

Al seguente link la pagina web della lezione sulla nostra parashà in formato mp3:

BESHALLAKH 5770 – I QUATTRO GRUPPI DEL MARE!

Al seguente link potrai scaricare la lezione della Parashà di questa settimana sul tuo mobile:

Per ascoltare le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2020/02/01/beshallakh-e-yud-shvat-5772-5-lezioni-precedenti/
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Verso la fine della parasha di Beshalak vediamo il valore di celebrare il compleanno. Il Talmùd Yerushalmi (Rosh Hashanà 3, 8,) citando Rabbi Yehoshù’a, ci insegna come Amalèk aveva arruolato per quella battaglia i soldati che celebravano il compleanno in quel giorno, contando sul potere degli astri, perché il giorno del compleanno è un giorno molto fortunato e benedetto e Amalèk ha giocato su questo fatto mettendo in prima fila questi soldati SUPER PROTETTI. Perciò Amalèk fa una guerra “non convenzionale” solo perché non può sopportare che esista al mondo un popolo che il suo unico ruolo è INSEGNARE IL MONOTEISMO AL MONDO. Un popolo che nega il valore della materia e del corpo e li considera solo dei tramiti per rivelare lo spirito. Questo è opposto ai valori di Amalèk.
L’esistenza di Israèl “il popolo del libro” e “dell’intelletto”, è un esempio importante nel mondo e per questo cerca di attaccarli e annientarli, anche se non aveva nessuna ragione per farlo, perché non c’erano conflitti territoriali visto che Amalèk risiede molto lontano dalla terra promessa.
Per fare fronte a questo “colpo basso”, Moshè deve sconvolgere gli influssi astrali e cambiare il mazal per eliminare la protezione dei soldati che compivano gli anni.
Da questo insegnamento talmudico il Rebbe di Lubavitch fonda la sua spiegazione sull’importanza del compleanno ebraico, ovvero la data ebraica di nascita, diversa da quella del calendario solare. Il Rebbe ci insegna che questo giorno di grande fortuna e benedizione, deve essere dedicato a nuove decisioni in campo spirituale e alla meditazione, nonché all’azione pratica.
Un famoso detto a proposito:
“Nel giorno del compleanno ci si deve isolare, far riaffiorare i ricordi, riflettere sul passato e correggere le azioni che richiedono teshuvà e rettificazione” (Rebbe di Lubavitch, Hayòm Yom dell’11 nissàn).

(continua sotto)

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.
Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

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La lezione approfondisce questi punti, attingendo da fonti midrashiche, testi di mistica ebraica e khassidici, in una cornice unica, chiara e comprensibile per tutti, alla luce degli insegnamenti dei grandi Maestri dell’ebraismo.

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

GUERRA STELLARE
(continua da sopra)
Esodo cap. 17: Yehoshù’a fece come gli aveva detto Moshè, combattendo contro ‘Amalèk, [mentre] Moshè, Aharòn e Khur salirono in cima alla collina. 11. Quando Moshè aveva il braccio alzato Israèl prevaleva, mentre quando lo abbassava prevaleva ‘Amalèk. 12. Ma le braccia di Moshè erano pesanti; [Aharòn e Khur] presero una pietra e glie[la] misero sotto; vi si sedette, mentre Aharòn e Khur gli sostenevano le braccia, uno da una parte e l’altro dall’altra, e le sue braccia resistettero fino al tramonto del sole. 13. Yehoshù’a indebolì ‘Amalèk e il suo popolo a fil di spada.
Khur era figlio di Miryàm (Rashì), era un importante capo (24, 14) della tribù di Yehudà (31, 2). La sua genealogia era: Yehudà, Pèretz, Khetzròn, Calèv, Khur (Bereshìt 46, 12). Era nonno di Betzalèl, colui che avrebbe diretto i lavori di costruzione del Mishkàn (31, 2) e fratello più giovane di Ram, padre di ‘Aminadàv, padre di Nakhshòn, capo della tribù di Yehudà all’epoca dell’inaugurazione del Mishkàn e del censimento nel deserto (Bemidbàr 1, 7 e 7, 12).
I quattro capi che condussero la guerra di ‘Amalèk rappresentano i quattro diversi elementi che devono comporre la perfetta guida per sconfiggere l’acerrimo nemico e così ogni avversario simile a Amalèk:
Moshè – la profezia; Aharòn – il culto divino; Khur: la saggezza e l’arte (e, secondo il Midràsh Pessiktà Rabbà parshàt Zakhòr – il regno e la legge); Yehoshù’a – la prodezza.
«Furono forse le braccia di Moshè a vincere o a perdere la battaglia? La Torà ci insegna: fintanto che gli ebrei guardavano in direzione del cielo (verso le mani di Moshè alzate) e così sottomettevano il loro cuore al Padre che è in cielo, essi avevano la meglio. Ma quando non lo facevano, crollavano» (Mishnà Rosh Hashanà 3, 8).
Rashbàm spiega che assieme al braccio Moshè teneva alzato anche il bastone. Infatti, nell’antichità quando i soldati vedevano la bandiera issata capivano che stavano avendo la meglio, mentre se veniva abbassata era segno di sconfitta e quindi fuggivano.
Alzando le braccia di Moshè appesantite dalla stanchezza, Aharòn e Khur stavano in piedi, uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, e gliele sostenevano. Moshè preferì sedersi su una pietra piuttosto che su un cuscino perché non voleva riposare mentre il suo popolo era in pena (Rashì).
Gli amaleciti avevano calcolato l’ora della vittoria in base all’astrologia. Moshè però sconvolse il corso degli astri e quindi anche delle ore (Rashì da Midràsh Tankhumà 28). Inoltre ‘Amalèk aveva arruolato per quella battaglia dei “soldati” speciali che erano degli spiriti o degli angeli, ovvero qualsiasi arma non convenzionale pur di sterminare Israèl. Ma sconvolgendo il ciclo, da Moshè, anche questi spiriti non diedero il risultato atteso.
Una guerra molto ben preparata da Amalèk per due secoli. Armi che non possono fallire e strategia sicura, ma alla fine vince il piano di Hashèm di fare il patto con i discendenti di Avrahàm e dare la Torà a Israèl per insegnare al mondo che esiste un solo Dio e anche la natura non è altro che un guanto che nasconde la mano di Hashèm che sta dietro a essa.
Yehoshù’a indebolì ‘Amalèk uccidendo i suoi soldati più forti. Sicuramente fu per ordine divino che risparmiò gli altri, poiché di certo non gli mancava la forza di ucciderli, avendo già sconfitto i più potenti (Rashì; Gur Aryé). Inoltre, solo Hashèm poteva indicargli chi era forte e chi era debole (Sèfer Zikaròn).
Poiché ‘Amalèk rappresentava l’essenza del male e non era ancora giunto il momento di eliminarlo dal mondo, Hashèm non permise a Yehoshù’a di farlo.
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Il Rebbe di Lubavitch promosse l’adozione di alcuni usi importanti allo scopo di sfruttare opportunamente questo importante giorno:
• Aliyà al Sèfer Torà: gli uomini salgano al sèfer lo Shabbàt che precede il compleanno e nel giorno del compleanno stesso, se vi si legge la Torà;
• Si dia più tzedakà del solito prima delle preghiere di Shakhrìt e di Minkhà. Se il compleanno capita di Shabbàt o in un giorno festivo, si dia la tzedakà prima del loro inizio e, se è possibile, anche alla loro conclusione;
• Tefillà: si preghi con maggior concentrazione e prima della tefillà si dedichi del tempo alla meditazione, riflettendo sul Creatore; si cerchi di recitare più capitoli di Tehillìm del solito e, se è possibile, almeno uno dei cinque libri che compongo il libro dei Salmi;
• Tehillìm: si studi il capitolo di Tehillìm corrispondente alla nuova età (ad esempio, se si compiono vent’anni si legga il capitolo 21…);
• Torà: si studi più Torà, sia nell’ambito di quella Torà rivelata che in quello della khassidùt;
• Amore per il Prossimo: ci si dedichi maggiormente alla manifestazione dell’amore per il prossimo, in particolare diffondendo degli insegnamenti della Torà;
• Esame di Coscienza: si rifletta sulle azioni dell’anno passato, nell’intento di analizzarle, correggerle e migliorarle qualora sia necessario.
• Un Nuovo Impegno: nel Rosh Hashanà personale, ci si impegni nell’osservanza di una mitzvà trascurata in passato o ad osservarla in modo migliore, oppure un’aggiunta nello studio della Torà;
• Un “Incontro Khassidico”: organizzare una “festa” khassidica fra amici e parenti, in gioia e allegria, ringraziando Hashèm. (Se è possibile, si reciti la benedizione di Shehekheyànu su un frutto o un vestito nuovo).
Ricordiamoci che il Rebbe ci insegna l’importanza del compleanno ebraico, giornata che deve essere dedicata a nuove decisioni in campo spirituale e alla meditazione. Come Moshè anche noi dobbiamo cercare di sconvolgere il mazal negativo del nostro acerrimo nemico, Amalèk. Questo si annida dentro e fuori di noi, conta sulla presunta supremazia degli astri, di un destino preordinato, della pratiche superstiziose, dei falsi dei e idoli. Soprattutto il nostro “Amalèk” interiore ed esteriore trae forza e vigore dalle nostre debolezze un ostacolo nel nostro rapporto quotidiano con la Torà, mitzvòt.
Questo stato di cose ci rende difficile collegarci e riconoscere Hashèm in ogni cosa e aspetto delle nostre vita. E ci impedisce di comprendere che è Lui il vero boss, Lui che comanda e determina tutto ciò che esiste. Migliorando noi stessi e il nostro rapporto con Hashèm possiamo migliorare il mondo che ci circonda e per far arrivare Mashiakh presto nei nostri giorni.

La Parashà di Beshallakh è composta da 116 versetti.

La Parashà di Beshallakh contiene 1 divieto.

La Parashà di Beshallakh tratta in sintesi i seguenti argomenti:

Il popolo ebraico si trasferisce da Sukkòt, la sua prima tappa, a Etàm, presso il Mare dei Giunghi (Mar Rosso). Nei suoi spostamenti il popolo viene accompagnato e guidato da una nube e da una colonna di fuoco. Par’ò, nel frattempo, si pente di aver liberato il popolo e si lancia al suo inseguimento. Colti dal panico, gli ebrei invocano Dio, che ingiunge loro di procedere. La colonna di nube e l’angelo di Dio si pongono fra egizi e ebrei, proteggendo questi ultimi.
Gli ebrei procedono verso il mare, che si apre e permette loro di attraversare il fondale all’asciutto. Il popolo ebraico si mette in salvo, mentre gli egizi vengono sommersi dalle acque tornate al loro stato originale.
Gli ebrei intonano la Cantica del Mare esprimendo la propria gratitudine ad Hashèm; le donne, guidate dalla sorella di Moshè, intonano a Cantica di Miryàm.
Gli ebrei, che procedono nel deserto di Shur si trovano senz’acqua. L’unica sorgente produce acqua amara e il popolo se ne lamenta. Hashèm comanda a Moshè di gettare un tronco di legno nell’acqua che diviene subito dolce. Vengono impartiti al popolo ebraico alcuni precetti. Il popolo si sposta, raggiungendo la località di Elìm, dove trova dodici sorgenti e settanta palme.
Il popolo ebraico si lamenta, esprimendo la propria nostalgia per il cibo di cui disponeva in Egitto. Hashèm promette al popolo le quaglie e la manna, accompagnando le Sue parole con alcune precise indicazioni concernenti il consumo e la conservazione del cibo, in particolare per lo Shabbat. Tali precetti vengono in parte, profanati da alcune persone empie. Seguono alcuni precetti dello Shabbat.
Il popolo ebraico si ritrova nuovamente senz’acqua e se ne lamenta. Hashèm ordina a Moshè di colpire la roccia con il suo bastone per far scaturire l’acqua. Moshè obbedisce e l’acqua sgorga abbondante.
Il popolo di Amalèk, acerrimo nemico di Israèl, attacca gli ebrei subendo, grazie all’intervento divino, una pesante sconfitta. Hashèm promette la cancellazione totale di questo popolo.

MIDRASHIM

Gli angeli in lotta per Israèl
(a pagina 672 del volume Shemòt edizioni Mamash).

La Cantica del Mare
(a pagina 674 del volume Shemòt edizioni Mamash).

APPROFONDIMENTI KHASSIDICI

Apertura a condizione.
(a pagina 726 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Il mio Dio.
(a pagina 730 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Prospettiva positiva.
(a pagina 732 del volume Shemòt edizioni Mamash).

Catene diverse.
(a pagina 734 del volume Shemòt edizioni Mamash).

BESHALLAKH 5771 – LE DUE FACCE DELLA TUA SPOSA!
Il significato e il valore del matrimonio: come apprezzare il proprio/la propria coniuge.
Vengono esplorate le parti esteriori ed interiori di una persona, analizzando qual è la più importante, insegnandoci a rivelare il potenziale nascosto, come fece Yossèf!

BESHALLAKH 5770 – I QUATTRO GRUPPI DEL MARE!
Errare pensando di fare il giusto? Anche le migliori idee fatte però in contrasto con il piano divino per quel momento, sono sbagliate! Quando si hanno dei problemi nella vita, non bisogna spaventarsi e farsi condizionare dalle apparenze, ma andare avanti con sicurezza!

YUD SHVAT 5770 – IL MONDO È FALSO O VERO?
Perché Hashem non ha creato il mondo come voleva che fosse ovvero con il male?
La diffusione della Shekinà nel mondo e l’essenza eterna del corpo.

BESHALLAKH 5769 – BUTTATI CHE IL MARE SI APRE
L’eutanasia, secondo il punto di vista ebraico.Quando ci sono delle direttive ben precise l’uomo deve seguire la strada indicata da HaShem, senza discutere o tergiversare, soprattutto senza cercare di formulare opinioni personali; gli ordini di HaShem non sono un argomento di discussione o speculativi. Diversi responsi sul difficile tema dell’eutenasia, secondo la Torà.

YUD SHVAT 5768 – ATTRIBUTO PER VINCERE!
Yud Shva, il 10 di Shevat, corrisponde ad un giorno molto importante per l’ebraismo e per il mondo!! Il sesto Rebbe in tal data venne a mancare e il nuovo Rebbe, esattamente un anno dopo, prese la guida del movimento Chabad!

BESHALLAKH 5766 – PROVA DI FEDE!
Come uscire dai nostri confini! Nella vita non basta fare cose giuste. Occorre fare ciò che è necessario in quel determinato momento, senza sprecare risorse e tempo, seguendo il piano divino per noi