Ha’Azinu Shabbàt Shuvà YOM KIPPUR 5781

17 Settembre 2020 0 Di RebShlomo

Questo Shabbat 26 Settembre 2020 8 TISHRÌ 5781 Leggeremo la Parashà di Ha’Azinu

PARASHÀ
Deut. 32, 1-52

HAFTARÀ
Italiani/Sefarditi:Hosea 14: 2-10; Michà 7: 18-20
Ashkenakiti: Hosea 14: 20-10; Gioele 2: 15-27

GIONA: UNA PSICOLOGIA ATOMICA DI VITA!
Riflessioni Dall’interno Di un Pesce

Il libro di Giona composto da 4 capitoli, viene letto durante il servizio pomeridiano del giorno solenne di Kippùr (quest’anno cade domenica sera 27 settembre) e racconta una delle vicende più emozionanti e fantastiche della Torà.
La storia narra di come il profeta Giona, vissuto nell’anno 700 a.e.v., decide di “scappare” da Dio dopo che Egli lo ha invitato a viaggiare da Gerusalemme fino alla capitale assira di Ninive.
Arrivare a Ninive oggigiorno non è difficilissimo (guerre permettendo ovviamente…). Tutto quello che bisogna fare è partire da Haifa, in Terra d’Israel, e seguire il famoso oleodotto fino a Mosul, in Iraq. Là, al di là del fiume Tigri, sulla riva sinistra, di fronte a Mosul, si trovano le rovine dell’antica Ninive: una delle prime mai costruite, dal re Nimrod, il padre del popolo assiro, al tempo di Abramo. Sotto i potenti re assiri la città fu ampliata e abbellita. Il re Sargon costruì un forte muro intorno a Ninive, inglobandola ad altre tre città. Era questa la città “allargata” che il profeta Giona descrive come una città che si percorreva in un “Viaggio di tre giorni”, che all’epoca era una delle città più eleganti, ricche e potenti del mondo.
Quindi Dio ordina al profeta di recarsi in questo maestoso luogo per cercare di portare al pentimento, teshuvà, la sua numerosa popolazione traviata e corrotta da ogni genere di immoralità.
Invece Giona si rifiuta di eseguire il suo dovere e si reca nella vecchia città portuale di Giaffa dove sale a bordo di una nave in viaggio verso la Tunisia, e dove pensa di trovare una “tregua, un riparo da Dio…” (v. 1, 3). “Allora Dio scatenò un forte vento verso il mare, e ci fu una grande tempesta nel mare, così che la nave sembrava destinata a naufragare. I marinai si spaventarono e gridarono, ciascuno il suo dio; gettarono in mare le merci che erano sulla nave, per alleggerirla… Ma Giona era sceso nella stiva della nave e si sdraiò e si addormentò profondamente” (v. 1, 4-5).
Il comandante si avvicina a lui e gli dice: “Come fai a dormire così profondamente? Alzati! Chiama il tuo Dio! Forse Dio avrà clemenza su di noi e non moriremo!” Si dicono l’un l’altro: “Venite, tiriamo a sorte, affinché possiamo determinare a causa di chi è caduta su di noi questa calamità”. Così tirano a sorte e la sorte cade su Giona. Gli dicono: “Raccontaci … di cosa ti occupi? Da dove vieni? Qual è la tua terra? A che popolo appartieni?” (1, 6-8).

Un Grido nell’Oscurità   
Giona accetta su di sé la colpa della tempesta che minaccia le loro vite, poiché ha tentato di fuggire da Dio. Quindi il profeta suggerisce ai marinai di gettarlo in mare, affinché si calmi, perché sa che è lui la causa di questa grande tempesta. Allora i marinai sollevano Giona e lo gettano in mare, e il mare smette di infuriare. Mentre è in mare, un grosso pesce inghiotte Giona, che rimane lì per tre giorni. Questo episodio molto strano e che rasenta la fantascienza, è ricco di insegnamenti mistici e di filosofia di vita.
Dalle interiora del pesce, Giona parla a Dio: “Ho gridato a Dio per la mia angoscia, e mi ha ascoltato. Dal ventre dell’inferno ho gridato e Tu hai sentito la mia voce. Mi hai gettato negli abissi, nel cuore dei mari, e le inondazioni mi hanno circondato; tutti i tuoi flutti e le tue onde sono passati su di me” (2, 2-4). Allora ho detto: “Sono stato cacciato da davanti ai tuoi occhi; eppure guarderò di nuovo verso il Tuo Santo Tempio. Le acque mi circondavano, fino alla morte; le profondità mi hanno inghiottito, le canne erano aggrovigliate intorno alla mia testa. Sono disceso alle basi delle montagne, la terra con le sue sbarre chiuse su di me per sempre; eppure tu hai tirato su la mia vita dalla fossa, o Signore mio Dio. Quando la mia anima svenne dentro di me, mi sono ricordato di Dio; e la mia preghiera è giunta a Te, al Tuo Santo Tempio…” (2, 5-8).

Il Ritorno di Giona 
Allora Dio comanda al pesce, di vomitare Giona sulla terraferma (Giona 2, 11). Solo adesso, il profeta assume la sua missione divina, viaggiando verso la capitale assira dove provoca una trasformazione morale nei cuori della popolazione. Il profeta ha un tale successo che l’intera civiltà malvagia si impegna a ridefinire la propria vita e le proprie relazioni pentendosi profondamente e cambiando lo stile di vita corrotto. Ma quando Giona scopre che Dio ha davvero accettato il pentimento della popolazione e non distruggerà la città, si rattrista perché non ritiene che la città debba essere perdonata per i molti anni di comportamenti immorali e malvagi. Pertanto chiede a Dio di ucciderlo affermando che: “La mia morte è migliore della mia vita”.
Da buon “educatore”, Dio risponde a Giona dandogli una vera e propria lezione di vita e per giunta in un modo molto creativo. Mentre Giona riposa alla periferia di Ninive, una pianta frondosa si alza per fornire ombra sopra la sua testa, offrendogli molto conforto e serenità. Quando, la mattina dopo, arriva un’ondata di caldo e un verme mangia la pianta e questa appassisce, Giona esprime la sua profonda angoscia per la perdita. Allora Dio gli risponde: “Hai avuto pietà della pianta per la quale non hai lavorato, né l’hai fatta crescere; visse una notte e morì dopo una notte. E Io … non dovrei avere pietà di Ninive la grande città, in cui ci sono più di centoventimila persone…?”.
Questo versetto conclude i quattro brevi capitoli, ma incredibilmente ricchi di spunti e insegnamenti, del libro di Giona. 
Perché leggiamo questa storia durante Kippùr? E qual è l’importanza di questo racconto per le nostre vite?

I Due Strati della Torà
Uno degli elementi più affascinanti della Torà è che tutte le sue storie contengono, oltre al loro significato letterale e concreto, un’interpretazione psicologica e spirituale. Ogni dettaglio di ogni racconto incluso nella Torà contiene un’interpretazione allegorica e metaforica, che simboleggia un evento che è celato nel cuore umano e che ricorre continuamente fino a oggi. I saggi e i grandi maestri hanno, nel corso di 3000 anni, decodificato il significato metafisico interiore della maggior parte delle storie della Torà. Lo stesso vale, ovviamente, per quanto riguarda la storia di Giona e del pesce. 
Oltre al significato semplice e letterale di questo episodio commovente, che si svolge in una particolare epoca in un specifico luogo, questo racconto dovrebbe anche essere visto come una metafora di un percorso psicologico e spirituale il cui eco giunge fino a noi oggi. In effetti, lo Zohar afferma, che la storia di Giona è davvero una storia sulla “Vita degli esseri umani in questo mondo”. Oppure come direbbe Celentano: questa è la storia di (ogn)uno di noi…
È questa la storia, quella “interiore di Giona”, che cercheremo di esplorare.

Un’Anima che Scappa…
Il nome Giona in ebraico – Yonà – significa “colomba”. Questo volatile, secondo la mistica ebraica, rappresenta simbolicamente l’anima interiore dell’uomo, quel frammento di verità, quel pezzetto di Dio che costituisce il nucleo dell’identità umana e che distingue e rende unico l’uomo da ogni altra creatura. Per questo nel nome Giona in ebraicoיונה  sono contenute tre delle quattro lettere del Tetragramma, ossia la rivelazione infinita di Dio (la quarta lettera la seconda delle due heiה  è comunque sempre presente nel nome Giona perché è la stessa doppiata).
La colomba è uno degli unici animali che quando incontra il suo compagno di vita, rimane per sempre fedele a lui, non scambiandolo mai con nessun altro. Così si comporta l’anima che essendo una parte di Hashèm, il Creatore, è fedelissima a Lui e non lo può “tradire” se non quando viene traviata dal corpo materiale. 
Ninive, la città grande, potente e corrotta, è una metafora del pianeta in cui viviamo: pieno di meschinità, vanità e corruzione. Giona (l’anima divina) viene inviato da Dio in missione per rivoluzionare il mondo terrestre e per rivelare la luce spirituale e la santità in ogni aspetto della vita. L’uomo quindi dovrebbe vedere se stesso come un inviato che porta un messaggio; un testimone Con essa della presenza del Dio vivente in questo mondo.
Tuttavia, molto spesso scegliamo di fuggire dalla missione della nostra vita, rifiutando la nostra vera identità di essere dei testimoni. Ci imbarchiamo su una nave, che rappresenta il corpo che contiene l’anima umana, proprio come una nave contiene i suoi passeggeri. Con essa, come Giona, tentiamo di fuggire, fisicamente ed emotivamente, in un luogo dove possiamo più facilmente abbracciare l’illusione di essere più felici quando siamo LIBERI da una missione o da un messaggio e dove possiamo credere di essere unicamente creature che cercano di saziarsi dei propri piaceri e auto gratificarsi di ogni bene e vizio materiale. Quando i piacere terrestri sono molto intensi e prendono il comando della nostra vita, allora i nostri sentimenti manipolano il nostro cervello facendoci ragionare in maniera distorta fino a farci confondere il male con il bene.
Navighiamo allegramente attraverso le acque della vita, ignorando la voce interiore di Dio, cercando di convincerci che comunque siamo o saremo felici.

Tempesta 
Tutto sembra a posto e molto “cool”, fino a quando una turbolenza non inizia a scuotere le nostre vite e i nostri vizi. La tempesta del mare nella storia di Giona è una metafora delle circostanze tumultuose che la vita presenta, minacciando la sopravvivenza stessa della nostra “nave” – il nostro corpo e la nostra esistenza.
A questo punto, le persone tendono ad avere due comportamenti diametralmente opposti: molte persone si svegliano dalla loro illusione invocando il vero Padrone del mondo. Oppure al contrario, c’è chi, proprio in quei momenti, si stacca ancora di più dalla propria realtà autentica, perché ha paura della verità. 
“I marinai si spaventarono e gridarono, ciascuno al suo dio… Ma Giona scese nella stiva della nave, si sdraiò e si addormentò”. Giona, secondo questa interpretazione, rappresenta l’essere umano che può vedere il mondo stravolgersi o crollare, ma continua a dormire, facendo credere e autoconvincendosi che tutto sia normale, che la sua vita sia una storia di successo. Un simile approccio ha un solo risultato: il tumulto, la tempesta non si placherà anzi…

Un Bisbiglio Divino 
A questo punto, l’uomo di solito sperimenta uno stimolo dalla sua coscienza divina. Come nella storia di Giona quando il comandante della nave gli si avvicina e gli dice: “Come fai a dormire così profondamente? Alzati! Chiama il tuo Dio!”.
Anche gli altri marinai parlano con Giona e gli chiedono: “Qual è il tuo mestiere? da dove vieni? Qual è la tua terra? E di che popolo sei?”.
Il comandante, il capitano della nave, simboleggia lo Yètzer Tov, l’istinto al bene, che ognuno di noi possiede, ossia la piccola scintilla di Dio che risiede nell’anima umana. Questa scintilla chiama l’anima, chiedendogli: “Come puoi dormire così profondamente ignorando la tua missione nel mondo? Per quanto tempo puoi negare il fatto che il tuo universo, quello dove ti sei rifugiato, è impazzito? Ricorda da dove è venuta la tua anima”. In sostanza le domande del capitano rappresentano la voce interiore che parla a Giona a ognuno di noi (all’anima e la parte del Tetragramma che è dentro di noi) e ci sprona a svegliarci dal nostro sonno, dal sogno che ci siamo illusi sotto il falso nome di essere “uomini liberi”.
 
Affogare l’Anima
Tuttavia dopo il richiamo dell’istinto al bene uno strano e malinconico realismo prende il sopravvento su Giona. Il suo impulso morale negativo trova il modo di esprimersi in modo distruttivo con il suggerimento ai marinai di gettarlo in mare per liberarsi del fardello imposto dalla sua stessa esistenza. Questo rappresenta la profonda ansia esistenziale che purtroppo a volte può prendere il sopravvento su molte anime quando scoprono che non potranno mai convincersi veramente che Dio non esista. Giona (l’anima umana) è preso da una sorta di limbo esistenziale che scaturisce da una contraddizione inconciliabile: da un lato il timore, la paura di abbracciare Dio pienamente, dall’altro lato è incapace di fuggire da Dio, di respingerlo. A questo punto l’anima reagisce rassegnandosi alla morte: “Liberati di me e basta”, grida Giona alle contraddittorie voci che albergano dentro di sé (rappresentate dal capitano, dai marinai e dalla sua proposta di essere gettato in mare).
In simili momenti di devastazione interiore l’essere umano, dopo aver esaltato il desiderio di morire, spesso si lascia andare completamente e abbandona le sue ultime vestigia di dignità spirituale degradandosi senza limiti e permettendo alla sua anima di essere spazzata via dalle “acque impetuose” del desiderio. 
Infatti, Giona, dopo essersi fatto buttare in mare, lascia che è la sua identità umana venga inghiottita e trasformata in una creatura anfibia. Smettendo di considerarsi diverso da un animale, è finalmente “libero” di ignorare veramente la presenza di Dio e abbandonarsi a desideri materiali di ogni tipo. Il Talmud insegna che nel linguaggio biblico i pesci sono una metafora della sessualità disinibita, poiché i pesci si moltiplicano abbondantemente. Giona che viene inghiottito da un pesce deve quindi essere inteso come una metafora di un’anima inghiottita dalla dipendenza sessuale e dalla promiscuità. Il termine ebraico usato nella storia per “pesce”, dagà, può anche essere tradotto come “ansia”. Vale a dire, spesso il desiderio sessuale disinibito rappresenta una risposta emotiva alternativa, un altro rifugio illusorio, al caos della vita. La persona ad esempio, si può lanciare in attività materialistiche, in modo che l’ansia e lo stress straordinario impegnati nel salire le vette sociali ed economiche eclissino nella maniera più profonda la sua anima. Si lascia inghiottire completamente dalla sua carriera fino a quando non dimentica di essere un essere umano.

La Rinascita dallo Sprofondo
Eppure, paradossalmente, proprio in questo momento, l’anima, per la prima volta, incontra Dio. “Dal ventre dell’inferno ho gridato”, dichiarò Giona. Finché l’anima non raggiunge il “ventre dell’inferno”, rimane impegnata a fuggire da Dio e da se stessa. Solo quando l’uomo raggiunge il suo nadir (il punto astronomico più basso) può scoprire improvvisamente la presenza di Dio che è viva e premurosa. 
Ma perché accade ciò? Perché un’anima, per la sua essenza divina, non può mai rimanere in un posto, deve essere sempre in uno stato di movimento. Perciò l’unica domanda è in quale direzione si muove: o sta correndo via da Lui o se non può più scappare allora corre verso Dio. Pertanto, una volta che l’anima tocca il fondo e non può più dirigersi verso il basso, deve iniziare per forza a muoversi verso l’alto.

La Fuga dal Mondo
La riscoperta della verità da parte dell’uomo – che è qui per compiere una missione divina – porta il pesce a sputare l’anima. Ossia, l’uomo è costretto ad abbandonare le sue dipendenze e i suoi desideri ansiogeni. Ora deve intraprende il suo viaggio dentro la società (non più dentro una balena), portando luce alle anime, farle brillare, dando un significato alla vita e portare la Divinità nella sua vita e in quella degli altri in una società mondana ed egocentrica. Tuttavia, presto l’anima si angoscia per la tolleranza che Dio ha verso il mondo falso permettendogli di prosperare. L’anima, una volta scoperta la verità, ossia che Dio esiste ed è l’unica fonte di verità che Regna sul mondo, desidera ardentemente rimanere in un ambiente sacro, ripulito dalla sporcizia delle cose mondane che pervadono l’esistenza materiale. Quindi si domanda: “Perché devo affrontare tanta bruttezza profana?”, grida l’anima. “Dovrei dedicare il resto della mia vita a capire le meschinità dei piccoli esseri umani?”. Come nella storia quando Giona non vuole andare a “insozzarsi” nei peccati della città di Ninive.
Questo è il modello consueto dell’agire umano: dopo che l’anima/l’uomo scopre la presenza vivente di Dio, desidera ardentemente diventare un asceta, sfuggire ai confini di un universo umile e dissolversi nella Sua luce infinita.
In questa fase, Dio rivela a Giona (all’anima), che infondendo nell’empietà la santità si adempie al piano finale di Dio. Solo nel fango del pianeta Terra risplende la gloria della alleanza Divino-umano. L’anima, nonostante la sua naturale resistenza, deve imparare a emulare Dio e ad abbracciare il mondo, non a sfuggirgli. 

Due Tipi di Dormienti 
Allora perché leggiamo questa storia proprio il giorno solenne di Kippur? Perché ci sono due tipi di dormienti umani: quelli che si trovano in un sonno leggero, che con uno zampillo di ispirazione o turbolenza si sveglieranno e quelli che sono così sommersi nel loro sonno che anche l’esplosione più potente non li smuoverà.
La prima categoria di persone si sveglia al suono dello shofàr a Rosh Hashanà. I suoni primitivi e penetranti del corno di montone, derivanti dalla semplice profondità primitiva dell’interiorità umana, ispirano l’anima a tornare a ciò che è veramente.
Mentre per la seconda categoria dei “dormienti”, quelli dal sonno profondissimo, anche il potente suono dello shofàr non è sufficiente. La nave sta per rompersi a causa della tremenda forza della tempesta, ma loro continuano a dormire. Il Titanic sta per affondare e loro sono sdraiati sulla loro poltrona di prima classe a fumare sigari, ignari e insensibili alla realtà.
Questo può essere rappresentato dal tremendo antisemitismo, da un presidente di una nazione che nega l’Olocausto, oppure da persone che tramano ogni giorno per distruggere un paese e la sua gente, dalla profonda confusione morale ed emotiva nella società, dalla profonda depressione e alienazione tra tanti giovani. Un mondo preso dalla paura e dalla confusione, eppure in tanti, in troppi, sono impegnati a giocare al “gioco della vanità”. Continuiamo a credere e a far credere che la vita sia più o meno normale.

Un Profilo del Faraone 
Uno dei maestri chassidici una volta descrisse la reazione del re d’Egitto, il Faraone, dopo il suo celebre sogno sulle vacche e spighe (sogno che anticipò la famosa carestia che causò la discesa del popolo ebraico in Egitto). La Torà descrive la notte in cui il Faraone fece questo sogno misterioso e poi si svegliò. “Allora”, continua la Torà (Genesi 41, 5), “si addormentò e fece un secondo sogno”. Questi due sogni contenevano i segreti della sopravvivenza per l’intero regno d’Egitto. “Bhe, posso capire il fatto che vada a dormire”, ha commentato il Rebbe di Kotzk, “ma una volta che sperimenti un sogno così potente, pieno di segreti sul futuro destino del mondo, come puoi tornare a dormire?! Per questo devi essere un Faraone…!” Infatti quello del Faraone è il profilo di una persona che può sentire 100 squilli di shofàr, ma spegne semplicemente la sveglia e si rimette a letto. 

Il Giorno che non Tollera Occultamenti 
Poi arriva Kippùr, l’unico giorno all’anno che non tollera le finte apparenze, infatti In questo giorno, il più sacro del calendario, tutti i veli sono sollevati! La pura verità del Dio vivente sfonda tutti i muri, raggiungendo anche coloro che si sono nascosti sotto una miriade di coperture. Durante Kippùr, anche coloro che sono sprofondati nel più profondo dei sonni possono sentire la voce del capitano: “Come puoi dormire così profondamente? Alzati! E chiama il tuo Dio!”. 

In questo giorno in particolare e ogni giorno delle nostre vite il nostro “risveglio” non solo porterà grande beneficio a noi e a tutti coloro che ci sono vicini, ma a tutta l’umanità. Il nostro risveglio contribuirà ad accelerare l’arrivo imminente di Mashìakh, presto ai nostri giorni, Amen.

Tratto dal libro di Giona Ed. Mamash e da uno scritto di Y. Y. Jacobson.

Questo saggio è basato su diversi scritti dei maestri di Cabbala e Chassidùt e sugli insegnamenti della guida della nostra generazione il Rebbe di Lubàvitch

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Shabbat 19 Settembre 2020, e Domenica 20 Settembre 2020, 1° e 2 Tishrì festeggeremo Rosh Hashanà 5781!
Questa pagina dedicata offre un gran numero di shiurim ed approfondimenti. Buon ascolto e Shanà Tovà!

Rosh haShanà 1° giorno:
PARASHÀ:
1° Sefer Gen. 21,1-34
2° Sefer Num. 29,1-6
HAFTARÀ
1Sam. 1,1-2,10

Rosh haShanà 2° giorno:
PARASHÀ
1° Sefer Gen. 22,1-24
2° Sefer Num. 29,1-6
HAFTARÀ
Italiani: Ger 31:1 – 1:20
Sefarditi/Ashzenaziti Ger 31:1 – 1:19

ROSH HASHANA

Al tramonto di Venerdì 18 Settembre inizia il nuovo anno ebraico, entriamo nel 5781 dalla nascita di Adam. In questa particolare occasione la liturgia ebraica prevede l’impiego dello Shofàr, il corno (meglio d’ariete) usato come suono di rimembranza. (Quest’anno verrà suonato solo Domenica perchè il primo giorno è Shabbat)

Il grande Ba’àl Shem Tov (iniziatore del chassidismo) ci insegna “cosa ci comunica” lo Shofàr, col suo suono particolare, nel giorno di Rosh Hashanà:
“si racconta di un re che aveva un figlio ribelle, il re dopo aver tentato in tutti i modi di educare il figlio senza alcun risultato concreto, decide di allontanarlo dal palazzo reale e dalla vita di corte.
Il figlio del re vive lunghi anni lontano da casa, prende le abitudini del popolo che lo ospita, si dimentica il linguaggio del palazzo reale, ma non scorda la sua vera origine.
Un giorno decide di tornare a casa, decide di tornare dal padre nel palazzo reale. Giunto al palazzo le guardie lo fermano e gli chiedono il motivo della sua visita, lui risponde: “sono il figlio del re!”… ovviamente le guardie non gli credono, i suoi vestiti sono degli stracci troppo semplici, la sua lingua non è quella del figlio del re, ma quella di un figlio del popolo.
(continua sotto)
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it di Rosh Hashanà di questa settimana.

Shabbat Shalom e Shana Tovà umetukà

Rav Shlomo Bekhor

PS
NUOVA LEZIONE BOMBA SU ROSH HASHANA
5 VITAMINE 5 FESTE 5 SENSI
Significato Profondo dell’Udito Grazie a Rosh Hashana
Virtual Yeshiva
se il talmid non va dal rabbi, il rabbi va dal talmid!

500 Shiurim online divisi per argomenti.
Non perdere l’appuntamento con la parash・ mistica e psicologia nella Tora
Per informazioni: www.virtualyeshiva.it
ROSH HASHANA
Al seguente link troverai la lezione di ROSH HASHANA SPAZIALE in formato mp3:
http://www.virtualyeshiva.it/2011/09/28/rosh-hashana-5772-due-facce-della-stessa-medaglia/
per vedere il video:

DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA!

Riflettendo su un’apparente ambivalenza di Rosh Hashanà, impariamo qual è il vero
valore dei bisogni materiali di un ebreo.

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ROSH HASHÀNÀ: COME “DELIZIARE” DIO…

(continua da sopra)

Il ragazzo, disperato, vedendo che non riusciva a parlare con la lingua del palazzo reale, inizia a gesticolare con le mani nella speranza che le guardie riconoscessero la sua vera origine, ma anche questo tentativo fallisce miseramente.
La disperazione del figlio del re arriva a un punto tale che lo porta a urlare a squarciagola un urlo che viene dall’essenza dell’anima e che supera i limiti delle parole.
La sua potenza genera un grido viscerale senza parole, un grido senza alcun significato apparente, ma talmente forte che arriva sino alle stanze del re che esclama: “Questa è la voce di mio figlio, è finalmente tornato a casa!”.
Ecco cosa rappresenta il suono dello Shofàr, è il grido dell’anima che ritorna al Re, l’urlo viscerale che ci riporta nel palazzo regale al cospetto di Hashèm.
Il figlio del re simboleggia l’anima che è scesa nel mondo, in un corpo fisico per fare mitzvòt e buone azioni. Davanti alle molte tentazioni, però, l’anima si dimentica dello scopo del suo viaggio, e anche di suo padre il Re, ovvero di Hashèm e della sua lingua, la preghiera. L’anima vuole tornare ad Hashèm e riconoscerlo di nuovo come suo Re, perciò comincia a gridare, un grido che comprende il rimorso per il passato e un nuovo impegno per il futuro. Questo grido interiore è il suono dello Shofàr, un suono capace di risvegliare il legame inscindibile che il Re Hashèm ha per il suo unico figlio, e di manifestare come Egli è pronto ad abbracciarlo e a riaccoglierlo.
Il tema principale di Rosh Hashanà è la nostra proclamazione di Dio come il Re dell’universo e l’accettazione del Suo regno su noi stessi. La ragione per cui accettiamo il giogo divino, proprio in questa festività, è che una delle funzioni di un re è quella di cercare di assolvere i suoi sudditi e soddisfare le loro richieste. Per questo chiediamo ad Hashèm di trascurare le nostre imperfezioni e di essere il nostro Re e concederci un anno buono e dolce.
In effetti, quanto sopra è lo scopo stesso della creazione: Dio non aveva nessun obbligo di creare il mondo, o comunque avrebbe potuto farlo in modo tale da essere manifestatamente dipendente da Lui, in cui la Sua presenza fosse palesemente indiscutibile e rivelata. Invece, Hashèm ha creato il mondo solo apparentemente separato e indipendente da Lui (come se una cosa del genere fosse effettivamente possibile), al punto che una persona potrebbe anche non rendersi conto della Sua esistenza.
E nonostante questa apparente lontananza da Hashèm, lo scopo della creazione è comunque quello di accettare volontariamente i precetti di Dio su di noi. Quando facciamo questo – dimostrando che la sovranità di Dio si estende anche nei momenti difficili o addirittura oscuri della nostra esistenza – riveliamo una delle manifestazioni più belle della regalità di Hashèm: la Sua gioia.
Certo, Dio non ha davvero emozioni umane, dire che “Hashèm è felice” è semplicemente antropomorfismo, ossia attribuire sentimenti o emozioni umane a ciò che non è umano. Pertanto quello che, in questo contesto, si intende veramente è che rivelare apertamente la regalità di Dio, dove normalmente non è rivelata, è considerato così di vitale importanza, così preziosa per Hashèm, da suscitare in Lui una reazione, simile a delle “buone vibrazioni” e, a un livello più profondo, suscitare una sorta di “delizia”, uno dei sentimenti più belli e basilari per ogni essere umano.
In termini mistici, si può affermare che Hashèm “si diletta” nella Sua regalità, pertanto accettando la Sua sovranità su di noi otteniamo in risposta questa delizia. Questo fa sì che Dio, che vuole comunque regnare su di noi, è disposto a trascurare i nostri difetti e a essere il nostro re. Detto in altro modo, noi tutti abbiamo effettivamente la capacità di suscitare e rafforzare l’attributo della regalità di Dio evocando il sublime livello spirituale misticamente noto come “delizia”: questo è il nostro compito a Rosh Hashanà.
In particolare, questo livello Divino profondamente radicato – il livello spirituale definito metaforicamente come “delizia” – viene messo in evidenza solo attraverso la mitzvà del suono dello Shofàr che raffigura la nostra sottomissione a Dio come Suoi sudditi. Uno Shofàr è fatto del corno di un animale docile, bovino, o ovino, a simboleggiare la nostra intenzione di sottomettere la nostra volontà a quella di Dio. Inoltre, il suono stesso dello Shofàr è un grido penetrante che raggiunge le profondità stesse del cuore e dell’anima di una persona. E questo rappresenta, e in effetti aiuta a stimolare, il nostro sincero pentimento: un pentimento che è anche radicato nelle profondità più profonde dell’anima. Solo questo profondo livello di impegno nei confronti di Dio, incarnato nella mitzvà dello Shofàr, è in grado di evocare una risposta altrettanto profonda da parte di Hashèm, una risposta al livello sopra indicato come “delizia”.
Sappiamo che l’arrivo di Mashìakh è imminente, quindi preghiamo affinché arrivi subito nel nuovo anno 5780, in modo che la vera pace possa dominare nel mondo, presto nei nostri giorni Amèn..”
(Adattamento di un Maamàr del Rabbì Shneur Zalman di Liadi)

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Rosh Hashanà

La ricorrenza di Rosh Hashanà si celebra il primo giorno di tishrè, primo mese del calendario ebraico, e segna l’inizio del nuovo anno ebraico.

Una baràyta insegna che Rabbi Eli’èzer disse:

La ricorrenza di Rosh Hashanà si celebra il primo giorno di tishrè, primo mese del calendario ebraico, e segna l’inizio del nuovo anno ebraico.

Una baràyta insegna che Rabbi Eli’èzer disse:
«Come sappiamo che il mondo è stato creato nel mese di tishrè? Grazie al passaggio: D-o disse: “Faccia la terra crescere l’erba, piante che producano semi, alberi da frutto…”. E in che mese, in effetti, la terra produce erba e alberi da frutto che danno frutto? È nel mese di tishrè. A quell’epoca è autunno, la pioggia cade sulla vegetazione e la fa crescere, come è detto: Una bruma saliva dalla terra e irrigava…».

Rosh Hashanà è il giorno in cui D-o ha completato la creazione di questo mondo con la creazione di Adàm, l’uomo originario. Il primo atto di Adàm fu quello di proclamare l’Onnipotente come Re dell’Universo, invitando tutte le creature: Venite, prostriamoci; inginocchiamoci, davanti ad Ha-Shèm, Colui che ci ha creato! Celebrando l’anniversario della nascita del genere umano, la festività di Rosh Hashanà è imperniata sull’accettazione della sovranità di Ha-Shèm sulla nostra vita personale, su tutto il mondo e sull’intero universo.

Ogni anno, proclamiamo la regalità Divina e riaffermiamo il nostro impegno a servire D-o e a vivere secondo la Sua volontà, sicuri che le nostre preghiere saranno accolte e che ci sarà concesso un anno prospero e sereno. Tali speranze sono espresse nell’augurio:
Leshanà tovà tikatèv vetekhatèm – Che tu possa essere scritto e sigillato per un anno buono
La luce di questo periodo ci sosterrà per tutti i mesi a venire.

Cibi simbolici e auspici

Esistono diverse abitudini alimentari per celebrare Rosh Hashanà.
Fin dai tempi del Talmùd, i cibi sul tavolo della festa si trasformano in simboli dei nostri desideri di capodanno: le mele intinte nel miele, ad esempio, simboleggiano un anno pieno di dolcezza; ma anche le verdure più comuni, la frutta di stagione e altri alimenti offrono l’occasione per allontanare le paure ed esprimere segrete speranze.

Rosh Hashanà è usanza preparare una khallà rotonda, anziché lunga e intrecciata come a Shabbàt, poiché tale forma, non avendo inizio né fine, simboleggia la continuità della vita e della tradizione ebraica, ma anche la circolarità del tempo, oltre che il ciclo del completamento di un anno e il desiderio di pace.
Alcuni aggiungono all’impasto anche uva passa e molti usano disporre corone di fiori o altre decorazioni intorno alla khallà per ricordare l’incoronazione del Re divino.

Tashlìkh

Il pomeriggio del primo giorno di Rosh Hashanà (del secondo, quando il primo è Shabbàt), dopo la preghiera di Minkhà si osserva il rituale di Tashlìkh.

Ci si reca presso un corso d’acqua, o uno stagno contenente pesci vivi, e si recita la preghiera di Tashlìkh (letteralmente gettare): E tu D-o getterai tutti i loro peccati nelle profondità del mare.
Tali parole sono accompagnate dal gesto di scuotere e svuotare le proprie tasche con lo scopo simbolico di gettare i propri peccati nell’acqua.

Le tasche sono una metafora della nostra anima, che viene liberata da tutti i peccati commessi durante l’anno, facendo buoni propositi per quello in arrivo. Come i pesci dipendono dall’acqua, noi dipendiamo dalla Provvidenza divina; inoltre, gli occhi di un pesce, che restano sempre aperti, simboleggiano l’incessante vigilanza di D-o su di noi.

Il Tashlìkh si svolge in riva a un fiume perchè Rosh Hashanà è il primo dei Yamìm Noraìm (“giorni terribili” che portano al digiuno di Kippùr), nel corso dei quali l’ebreo giunge a considerare D-o non solo come il Creatore del mondo, ma anche come Colui che lo governa giorno dopo giorno e che condiziona la vita di tutti gli esseri viventi.

In quanto sudditi al cospetto del Re, dobbiamo rendergli conto delle nostre azioni.

In passato si usava investire i sovrani di dignità regale sulla riva di un fiume, espressione simbolica dell’augurio che il regno prosperasse come il flusso continuo e ininterrotto del fiume.

Il rituale di Tashlìkh richiama quest’antica cerimonia, e suscita un forte impatto emotivo che induce alla riflessione e all’introspezione psicologica. Di conseguenza, alcuni maestri consigliano di recarsi a compiere il Tashlìkh in piccoli gruppi, per non essere indotti alla distrazione o a conversazioni inopportune.

ROSH HASHANA 5772 – DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA!
Riflettendo su un’apparente ambivalenza di Rosh Hashanà, impariamo qual è il vero valore dei bisogni materiali di un ebreo.

HAAZINU ROSH HASHANA 5771 – LA PORTA CHE NON SI CHIUDE MAI
Una storia incredibile di uno dei migliori alunni del Nahmanide Reb Avner che si era convertito, al punto di mangiare il Maiale a Kippur, ma non ha mai perso il titolo di Rabbino.

ROSH HASHANA 5770 – QUANDO ROSH HASHANA CADE DI SHABBAT PERCHE’ NON SI SUONA LO SHOFAR?

ROSH HASHANA 5768 – PERCHE LEGGIAMO LA HAFTARA DI HANNA DURANTE ROSH HASHANA?

LA PORTA CHE NON SI CHIUDE MAI!

Una storia incredibile di uno dei migliori alunni del Nahmanide Reb Avner che si era convertito, al punto di mangiare il Maiale a Kippur, ma non ha mai perso il titolo di Rabbino.

Alcuni Punti della Lezione:

1. Come è possibile che il miglior alunno di Rambàn abbia mangiato del maiale il giorno di Kippùr e sia caduto così in basso?

2. Che fine ha fatto il grande maestro Rabbi Elazar ben Durdaya che aveva “provato” tutte le prostitute del mondo?

3. Quali sono i punti in comune tra le due vicende (Reb Avner e Rebbi Elazar) e quali sono le differenze?

4. Pensi di aver commesso gravi trasgressioni nella vita? Ne esiste qualcuna che pensi sia irrisolvibile.

5. Ci sono due tipi di Teshuva: per timore o per amore. Come mai la teshuva per amore trasforma i peccati in meriti?

6. Da Rosh Hashana a Yom Kippur ci sono i famosi 10 giorni di teshuvà-pentimento. Riescono a suscitare un ritorno verso la nostra essenza divina?

La lezione approfondisce questi argomenti e li rende molto chiari e fruibili.

Ti invito ad ascoltare questa lezione direttamente sul tuo computer quando sei comodo e magari durante il panino della pausa pranzo. Ancora meglio memorizzarla sul cellulare o su un cd o su un ipod così potrai sentirla in giro.

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Shana Tovà
rav Bekhor

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in memoria di mio nonno Shlomo ben Hana Bekhor

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Rav Shlomo Bekhor

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