Reé – COME SEMINARE FELICITÀ

Un istituto di beneficenza ebraico non aveva mai ricevuto una donazione dall’uomo più ricco della comunità, così il rabbino David, il direttore esecutivo dello tzedakà (beneficenza) telefona al ricco signore:
“Dai nostri documenti risulta che lei è un uomo molto ricco, ma non hai mai dato neanche un centesimo in beneficenza”, inizia il rabbino, “Non vorreste aiutare la comunità?”.
L’uomo risponde: “Nei suoi documenti è anche scritto che mia madre è gravemente malata e delle costosissime cure mediche a cui deve sottoporsi?”.
“Ehm, no,” mormorò il rabbino.
“O che mio fratello è cieco e disoccupato? O che il marito di mia sorella è morto lasciandola al verde con quattro figli?”.
“Io … io … non ne avevo idea” risponde il sempre più imbarazzato rabbino.
“Allora” disse l’uomo “se non do i soldi NEANCHE a loro, perché dovrei darli a te?”.

Nella porzione della Torà che leggiamo questo Shabbat troviamo tre precetti simili ma, allo stesso tempo, diversi. Anche l’ordine con cui sono stati scritti ha un significato importante: rappresentano un processo di evoluzione crescente.
Il primo precetto riguarda il raccolto di una nuova pianta: il divieto di cibarsi del frutto di ogni albero nuovo per i primi 3 anni. E di portare il raccolto dei frutti del quarto anno a Gerusalemme e mangiarlo nella città santa. Ovviamente ciò che non si riesce a finire si lascia ai poveri della città.
Il secondo precetto riguarda l’obbligo di donare la decima del raccolto ai poveri (che comprende l’obbligo della decima di ogni tipo di beni utili).
L’ultimo precetto è quello che ci ordina di non richiedere indietro un prestito se è passato il settimo anno, l’anno sabbatico, poiché dopo questo periodo tutti i crediti vengono annullati (se non si fa pruzbul: un meccanismo mediante il quale i debiti vengono trasferiti a un bet din-tribunale religioso, rendendo pubblici i debiti privati e quindi esigibili). Ma dice la Torà di fare attenzione nel sesto anno di evitare di prestare ai bisognosi per via della paura che, arrivato l’anno sabbatico, i crediti saranno annullati.

Questi tre precetti hanno in comune un punto: l’uomo non deve mai dimenticare chi è il vero padrone del suo guadagno. La natura umana è quella di darsi tanti meriti quando si ha successo e dimenticarsi la vera fonte di tutte le benedizioni: IL CREATORE.
Purtroppo la nostra indole è quella di ragionare con DUE PESI E DUE MISURE: il successo è merito nostro e il dolore è “colpa di Dio”! Quando le cose vanno male è sempre colpa di Dio e ce la “prendiamo con Lui perché ci fa andare le cose storte”. Quando si ha successo l’ego umano riesce sempre a sostituirsi alla vera fonte delle benedizioni.
Questo spiega lo stato di depressione o tristezza causato dalle perdite economiche: poiché non riusciamo a vedere e capire che tutto è programmato dall’alto e che noi dobbiamo solo fare il massimo sforzo per cogliere la benedizione divina.
Ovvero non è colpa nostra e non è merito nostro se “non scende la pioggia per irrigare i campi seminati”, quindi è inutile e dannoso cadere nelle tristezza o depressione per i nostri mancati guadagni.

A questo punto capiamo la logica della sequenza dei tre precetti nella porzione di Ree di questa settimana:
1.    Portare il raccolto del quarto anno a Gerusalemme significa che non siamo noi i veri padroni del raccolto. Dopo 3 anni che non abbiamo potuto godere della fatica del nostro seminato, Hashèm ci chiede di andare alla città santa per mangiare il raccolto del quarto anno. Come a dire di non illudersi di poter fare quello che vogliamo con i nostri beni e che il GUADAGNO E’ MERITO NOSTRO.
2.    Dopo la prima lezione arriva la seconda che ci insegna a dare la decima ai poveri. Ma se noi abbiamo faticato perché dobbiamo dare il 10% agli altri??? Qui la lezione è più forte del precedente precetto dove noi godiamo del guadagno, anche se dobbiamo farlo nella città santa. In questo caso dobbiamo dare ad ALTRI quello che abbiamo faticato NOI CON IL NOSTRO SUDORE. Questo per insegnarci che anche il nostro guadagno in realtà è la benedizione dall’Alto. Hashèm che è socio di maggioranza del nostro utile si accontenta del 10%.
3.    Infine col terzo precetto impariamo che non solo bisogna dare ai bisognosi, ma bisogna anche imprestare a un amico che non è povero pur sapendo che si rischia di non poter riscuotere il credito.

Quando applichiamo le regole divine impariamo dei messaggi celati che sono la medicina MIGLIORE per avere una vita sana, felice e armoniosa.

Quando siamo consapevoli che noi siamo solo delle marionette e che il successo non è merito nostro ma di Dio, allora avremo una benedizione infinita poiché non saremo più limitati al successo umano che è limitato.
Come si dice in italiano: SIAMO NELLE MANI DI DIO.
La lettura si conclude: chi è largo con il prossimo e capisce chi è il vero padrone è degno di una benedizione infinita e grande soddisfazione dei suoi beni.

Come scrive il Tanya: “Chi semina tzedakà (opere benevoli) ha una ‘ricompensa’ di verità” (Proverbi 11). La parola “semina”, relativo alla carità, si riferisce al fatto che essa fa “germogliare” la Verità Superna, la verità di Hashèm, proprio come una pianta che germoglia rivela ciò che è stato seminato in precedenza. Questo si ottiene attraverso atti di bontà e di vera gentilezza.

La Torà è il nostro manuale di vita. Come ogni oggetto va usato secondo il suo compendio, così anche la nostra vita, psiche e anima funzionano come “Dio comanda” e quando si seguono le norme di come sono stati creati, funzionano in maniera ottimale.
Quando seguiamo gli insegnamenti saremo sempre felici, perché stiamo seguendo il manuale per come siamo stati creati.

Un augurio di benedizione infinita e tanto successo.

Una storia commovente ci aiuterà a capire la riflessione di questa settimana e il significato profondo delle prove della vita, delle sfide continue che potrebbero metterci in crisi.
Come dice la nostra parashà quando abbiamo una difficile prova dobbiamo sapere che è un dono dall’Alto per risvegliare in noi una forza infinita nascosta.
La vita è come una montagna russa: più è grande la discesa e più è grande la salita dopo!

Il rabbino Fischel Schachter ha raccontato la storia successa verso la fine anni 50’, di una donna sopravvissuta all’Olocausto, che si stabilì in America dopo la guerra e rimase sposata per dodici anni senza avere figli. Un giorno era seduta in uno studio medico in Madison Ave. a Manhattan, e il dottore, esaminando le sue cartelle cliniche, le disse: “Signora, per favore mi ascolti. Lo dico a suo vantaggio: si arrenda. Dal punto di vista medico, non c’è niente che possiamo fare perché lei possa avere figli. Quando i capelli cresceranno dal mio palmo, allora avrà un figlio (ovvero mai)».

La donna se ne andò e salì sull’autobus di Madison Avenue. Durante il viaggio, ha osservato la sua vita passata. Ha ricordato gli orrori che ha vissuto da ragazza in Polonia, quando la famiglia aveva una botola sotto il tavolo della sala da pranzo e andavano a nascondersi sotto il pavimento quando i nazisti si avvicinavano. Si era offerta volontaria per chiudere la botola, metterci sopra il tappeto e poi nascondersi sopra un mobile. Quando era nascosta tutta rannicchiata nel suo nascondino, ascoltava terrorizzata mentre i nazisti perquisivano la casa, rompendo i mobili mentre passavano da una stanza all’altra. Più volte, la famiglia è stata salvata. Ma alla fine, i nazisti notarono un punto debole sul pavimento e scoprirono la botola. Questa ragazza vide i nazisti trascinare via la sua famiglia. Lei era l’unica sopravvissuta alla guerra.

Una volta arrivata in America, voleva disperatamente fondare una famiglia per dare continuità alla sua famiglia e al popolo di Israèl. E ora, dopo dodici lunghi anni, le sue speranze erano andate in frantumi. Disse a se stessa: “Non ho motivo di scendere da questo autobus la mia vita non ha più senso”. E così rimase sull’autobus, seduta lì per il resto della giornata. Alla fine della giornata, l’autista l’ha informata che stava guidando l’autobus fino al garage per la notte e che doveva scendere. “Non ho niente per cui vivere per cui non ho ragione di scendere”, mormorò! “Ascolta, signora”, disse l’autista, “ho avuto una giornata difficile. Non so quale sia il tuo problema, ma non lo risolverai restando su questo autobus, la soluzione è altrove”. Scese dall’autobus e disse: “Padrone del mondo, sei sempre stato con me. Mi hai salvato la vita innumerevoli volte, ho visto l’orrore davanti ai miei occhi e mi hai portato qui, l’unica rimasta della mia famiglia. Mi hai permesso di ricominciare la mia vita, e così sono nelle Tue mani. Non ho il diritto di arrendermi. L’autista dell’autobus ha assolutamente ragione: non mi hai salvato la vita perché vivessi sull’autobus di Madison Avenue. Per favore dimmi cosa fare, non mi arrenderò. Continuerò a servirti, qualunque cosa accada”. Un anno dopo questa signora ha avuto un figlio contro ogni logica e al contrario del pronostico del dottore di Madison av. Quel bambino è cresciuto, si è sposato e ha avuto nipoti. Quando questa donna è morta, aveva abbastanza nipoti e pronipoti da far rizzare i capelli a quel dottore…

Il rabbino Fischel Schachter, uno studioso acclamato e molto amato, caloroso conferenziere internazionale, affascinante narratore e autore di libri di Torà e altro, ha aggiunto di aver sentito questa storia in prima persona dalla donna stessa, che conosceva abbastanza bene. Era sua madre.

Il rabbino ha concluso dicendo che ci sono momenti nella nostra vita in cui le nostre speranze andranno in frantumi e tutto ciò su cui abbiamo puntato andrà improvvisamente perduto. In tali momenti, possiamo facilmente cadere nella disperazione e provare un senso di tradimento o disperazione. Ma non dobbiamo arrenderci. Dovremmo invece dire, come ha fatto sua madre: “Hashèm, non devo capire, ma tutto nella mia vita è nelle tue mani. Farò del mio meglio per riuscire nella difficile posizione in cui mi hai messo e non ascoltare il dottore di Madison av.”. Se possiamo farlo, allora avremo l’emunà e fede per superare le difficili sfide della vita e solo così apriamo le porte alla salvezza e alle benedizioni infinite che altrimenti non sarebbero mai state disponibili per noi, se non grazie alla prova superata.
LE PROVE NON SONO UN DOLORE SONO BENEDIZIONI POTENTISSIME SUPERIORI AL NORMALE!

BENEDIZIONI OCCULTE E DA NOI RIVELATE

La quarta sezione del libro del Deuteronomio, Reè, continua il discorso di addio di Moshè a Israèl. Moshè inizia esortando le persone a “vedere” (reè, in ebraico) come Hashèm ha dato loro la scelta tra una vita di benedizioni o una di maledizioni. La scelta è loro e anche nostra! Anche in questa vigilia di Shabbàt vi proponiamo un estratto del libro “Saggezza Quotidiana” basato sugli insegnamenti chassidici del Rebbe e dei suoi predecessori di imminente pubblicazione. Abbiamo selezionato due insegnamenti molto profondi e utili per le nostre vite. Cosa hanno in comune una benedizione e una maledizione? Verrebbe da rispondere che una è “male” e l’altra è “bene”, ma è proprio così? Inoltre, come possiamo agevolare la nostra ricchezza? Dobbiamo solo impegnarci di più nel lavoro e/o spendere di meno? Gli insegnamenti chassidici ci aiuteranno a trovare una risposta. Tuttavia, è utile premettere come noi, grazie ai nostri atti di bontà, in particolare attraverso la tzedakà (comunemente tradotta come “beneficenza”) possiamo veramente trasformare noi stessi e il mondo che ci circonda in meglio. Il motivo è che attraverso la tzedakà riveliamo – riflettendola e attirandola in basso, concretamente e palesemente – la bontà di Hashèm, le sue benedizioni. * Vedere e Credere [Moshè disse al popolo di Israèl nel nome di Hashèm] «Vedi, oggi pongo di fronte a voi una benedizione e una maledizione». (11, 26)

Moshè esorta Israèl a capire che Hashèm dà loro la scelta tra il bene e il male. Questa scelta determinerà una vita di benedizioni o una di maledizioni.

Una maledizione divina è in realtà una benedizione troppo grande per essere rivelata nel nostro mondo limitato e pertanto deve essere “mascherata” come una maledizione. La nostra sfida è di vedere in questa diversa prospettiva, piuttosto che cadere nella trappola di arrabbiarsi con Lui. Quindi, il dolore e la negatività esistono per fornirci una libera scelta. La libera scelta, a sua volta, esiste per permetterci di guadagnare i frutti delle nostre scelte, pertanto non dobbiamo sentirci indegni delle benedizioni che Egli ci ha donato. Quando riconosciamo che il male esiste, unicamente per fornirci la libera scelta di rifiutarlo, la nostra lotta con esso diventa molto più facile.

Tratto dal nuovo libro in stampa “Saggezza Quotidiana”.

Carità e Ricchezza

Moshè insegna a Israèl che dopo aver colonizzato la terra d’Israele e aver iniziato a lavorare la terra, Hashèm lo obbligherà a portare un decimo del suo olio, vino e grano nella città del Tempio per consumarli lì. Ciò assicura che le persone visiteranno regolarmente Gerusalemme (che viene scelta come città – tempio) per rinnovare il loro fervore spirituale.

[Moshè disse al popolo di Israèl] «Devi prelevare la decima di tutti i frutti del seme che il campo produce anno dopo anno». (14, 22)

Questo versetto include l’istruzione di donare una parte delle nostre entrate in beneficenza. I saggi talmudici hanno sottolineato che la somiglianza delle parole ebraiche per “decima” (ta’assèr) e “diventa ricco” (tit’ashèr) allude al fatto che Hashèm ricompensa coloro che danno carità con abbondanti ricchezze. Inoltre, quando decidiamo di donare la carità oltre i nostri mezzi, Hashèm ci concede la ricchezza necessaria per permetterci di dare la carità che abbiamo deciso di donare.

Tratto dal nuovo libro in stampa “Saggezza Quotidiana”

Un augurio di benedizione infinita e tanto successo.

Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor

לעילוי נשמת אבי מורי ורבי ועטרת ראשי
יעקב בן רחל ושלמה
In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo