EMOR 5784 : 7 LEZIONI

11 Maggio 2024 1 Di HaiimRottas

Questo Shabbàt  18 Maggio 2024, 10 del mese di Iyàr 5784 leggeremo la Parashà di Emor Levitico 21: 1 – 24: 23.

HAFTARÀ
Ezechiele 44: 15-31

3° Pirke Avot

Una coppia di ebrei vinse alla lotteria e decisero immediatamente di iniziare una nuova vita nel lusso. Comprarono una magnifica villa e si circondarono di tutte le ricchezze materiali immaginabili. Poi decisero di assumere anche un maggiordomo.
Trovato il maggiordomo perfetto, tramite un’agenzia, lo riportarono a casa con loro. Il giorno dopo il suo arrivo gli fu ordinato di apparecchiare il tavolo della sala da pranzo per quattro, poiché avevano invitato una coppia, i Cohèn, per pranzo. Usciti di casa per fare qualche spesa, quando tornarono trovarono la tavola apparecchiata per otto. Stupiti, chiesero al maggiordomo perché otto? Non ti abbiamo forse chiesto di apparecchiare per quattro?
Il maggiordomo rispose: “I Cohèn hanno telefonato e hanno detto che avrebbero portato con loro i “Blintze e i Knish” (due piatti tradizionali ebraici).

Il Matrimonio del Sommo Sacerdote
Un contrasto sorprendente, che fa riflettere riguardo alla natura della psiche umana e cattura la nostra immaginazione, lo troviamo nella porzione della Torà di questa settimana, Emòr. La Torà proibisce a un semplice Cohèn, un sacerdote (tutti i discendenti di Aronne), di sposare una donna divorziata. Vieta inoltre a un Cohèn Gadòl, un Sommo Sacerdote, di sposare una divorziata e una vedova (Vayikrà/Levitico 21, 7).

FORZA ATTRATTIVA DELLA DONNA
Tra una Visione di Dio e una Montagna di Polvere

Ora, si può forse dare un senso al precedente divieto, quello della divorziata: poiché un sacerdote serviva come agente spirituale del popolo ebraico nel servizio divino, gli veniva richiesto di vivere una vita di completa innocenza e purezza. Pertanto, la Torà non voleva che sposasse una persona coinvolta in un divorzio, responsabile o meno della sua conclusione.
Tuttavia, è difficile spiegare il motivo per cui un Sommo Sacerdote non poteva sposare una vedova. Cosa c’è nella morte di suo marito che la rende non idonea a godere di una relazione benedetta con un Sommo Sacerdote?
A questa domanda sono state date diverse risposte (ad esempio Shèfer Hakhinùkh Parashà Emòr). In questo saggio ci limitiamo a condividere con voi una risposta che ho sempre trovato estremamente inquietante, ma allo stesso tempo confortante, poiché dimostra come l’ebraismo non si nasconde mai (a differenza di altre fedi), evitando di dare delle risposte, anche di fronte alle profonde lotte contro i “demoni” interiori che ogni essere umano deve affrontare nella sua vita.

Abuso del Potere Spirituale
Rabbi Chaìm Yossèf Davìd Azulai, fu un saggio e mistico del XVIII secolo, conosciuto in breve come Chida, autore di oltre 50 volumi sul pensiero della Torà, fu uno dei grandi luminari del suo tempo. Egli presenta la seguente interpretazione in nome del grande saggio pietista ebreo del XII secolo, Rabbi Yehudà Hachassid (vissuto a Ratisbona, Germania) che fu l’autore del famoso Shèfer Chassidìm, conosciuto come uno dei più grandi cabalisti e autorità halakhica del suo tempo.
Secondo questa interpretazione, quindi, al Sommo Sacerdote d’Israele furono conferiti molti grandi poteri spirituali. Il più importante di questi era il suo dovere nel giorno più sacro dell’anno, Yom Kippur, di entrare nel Sancta Sanctorum del Tempio, un luogo dove a nessun altro ebreo vivente fu mai permesso di entrare.
In quel giorno molto particolare, il Sommo Sacerdote pronunciava il segreto Nome di Dio di ben 72 lettere, che conteneva poteri molto profondi, tanto che i Saggi cessarono intenzionalmente di citare e insegnare quel Nome durante il periodo della conquista romana di Gerusalemme, e da allora è stato dimenticato.
Ora, tutto questo cosa c’entra con il divieto imposto dalla Torà al Sommo Sacerdote di sposare una vedova? La risposta è che la Torà teme che egli potesse invaghirsi di una particolare donna sposata e, quindi, non potendola prendere in moglie, dato che era già sposata, avrebbe potuto commettere un abuso: ossia, che durante lo Yom Kippur avrebbe potuto utilizzare il Nome ineffabile di Dio di 72 lettere per ottenere un decreto di morte sul marito di lei. Così sarebbe stato libero di sposare la vedova da lui tanto desiderata.
Pertanto, secondo questa interessante, quanto incredibile, interpretazione è proprio a causa di questa preoccupazione che la Torà comanda che un Sommo Sacerdote non possa sposare una vedova. Anche se riuscisse a liberarsi del marito, non potrebbe mai sposarne la moglie. È come se la Torà dicesse al Sommo Sacerdote: “Non ci provare neanche, questo pensiero insano non ti porterà da nessuna parte”.
Tuttavia il solo pensiero di una simile tentazione per un uomo come il Sommo Sacerdote è a dir poco scioccante! Nel giorno più santo dell’anno, nel luogo più santo della terra, si teme che l’uomo designato a servire nella più alta posizione spirituale del popolo santo, mentre pronuncia le sillabe più sante del mondo, possa nutrire il desiderio di eliminare un uomo innocente al solo fine di sposarne la moglie! Come può essere possibile tutto ciò?

Altezze Angeliche
Ora, confrontiamo questo con un’altra affermazione della Torà riguardante l’ingresso del Sommo Sacerdote nel Santuario durante lo Yom Kippur, anch’essa tratta dal libro del Levitico:
“Nessun essere umano sarà nella tenda del convegno quando egli [il Sommo Sacerdote] verrà a compiere l’espiazione nel Santuario, fino alla sua partenza (Vayikrà 16, 17).” Non solo non erano ammessi “Blintz e Knish” durante il servizio dello Yom Kippur, ma nemmeno un semplice Cohèn o qualsiasi altra persona poteva essere presente in quel sacro momento.
Il Midràsh (Rabbà), nella sua sensibilità alle sfumature dei testi sacri, si chiede come può la Torà affermare che nessun essere umano doveva essere presente al momento del servizio del Sommo Sacerdote nello Yom Kippur, quando il Sommo Sacerdote stesso era un essere un uomo quindi gli era vietato entrare? Il Midràsh risponde che quando il Sommo Sacerdote entrava nel Santo dei Santi non era veramente umano, poiché assumeva lo status di un Angelo Celeste. Nessun essere umano, infatti, entrò con lui nel Santuario; ossia nemmeno lui era presente come umano.
Che cosa sta succedendo qui? Ci troviamo di fronte ad una contraddizione scomoda. Una fonte indica la potenziale sconcertante bassezza di un Sommo Sacerdote, capace di scendere nelle profondità più basse del comportamento umano; mentre un’altra fonte suggerisce come il suo potenziale spirituale fosse in grado di farlo giungere ad altezze spirituali tali da fargli trascendere l’esperienza umana stessa e raggiungere altezze angeliche. Come è possibile conciliare queste due visioni espresse dalla Torà? Chi è il Sommo Sacerdote, il più “santo dei santi” oppure il più “infimo degli infimi”?

Polvere e Immagine
Eppure è qui che incontriamo, ancora una volta, la commovente prospettiva dell’ebraismo sulla natura dell’essere umano. Ci sono due modi in cui la Torà parla della creazione dell’uomo. Nel primo capitolo di Bereshìt l’uomo viene descritto come “creato a immagine e somiglianza di Dio”. Nel secondo capitolo l’uomo viene descritto come formato dalla “polvere della terra”. Insieme, “immagine e polvere” esprimono le polarità della natura dell’uomo: un essere formato dalla materia più inferiore che esiste, e allo stesso tempo formato dall’immagine più superiore in assoluto.
L’autore della vita e dell’umanità, Hashèm, sapeva e sa benissimo che la sessualità tiene prigionieri gli uomini, sia preti che laici, nella sua morsa enormemente potente. Anche il più grande degli uomini è capace di cadere preda della sua epocale tentazione, magari solo per qualche secondo, ma comunque un tempo sufficiente per pronunciare il nome di Dio con intenzioni non buone. Quindi, perfino un Sommo Sacerdote, nel giorno più sacro dell’anno, nello spazio più sacro del mondo, mentre pronuncia la parola più santa del mondo, è capace di pensare a cose grottesche come, nel nostro caso, “buttare un uomo fuori strada” in modo da poter “mettere le mani” sulla sua donna. L’ebraismo è sempre stato profondamente sensibile a una scomoda “verità”, ossia che ogni essere umano ha un demone in agguato dentro di sé. Se non lo sfidi e non lo domi ogni giorno, può trasformarti in un mostro, capace di ogni bruttezza nelle circostanze più impreviste.
Ma l’Autore della vita sa anche che l’essere umano, da Lui creato, è capace di una grandezza incredibile. Essendo l’anima dell’uomo un “frammento di Dio”, è capace di generare infinita bontà e di incontrare dentro di sé infinita purezza. Come disse una volta il professor Avrahàm Yoshuà Heschel, un rampollo dei grandi maestri chassidici: “L’uomo è una polarità fatta da un’immagine divina e da polvere senza valore. È una dualità di misteriosa grandezza e pomposa aridità, allo stesso tempo, una visione di Dio e una montagna di polvere. È a causa del suo essere polvere che le sue iniquità possono essere perdonate, ed è a causa del suo essere un’immagine divina che ci si aspetta la sua santità”.

Quindi, la prossima volta che rischiamo di essere sopraffatti da desideri, dipendenze, tentazioni e qualsiasi sentimento negativo, non cadiamo nella disperazione. Ricordiamoci che non siamo peggiori del Sommo Sacerdote d’Israele! Anche noi dobbiamo lottare e possiamo vincere contro orribili demoni. Ma, nonostante ciò, possiamo entrare comunque nel Santo dei Santi.

Sta a ciascuno di noi definire chi siamo, il resto diventerà una profezia che si autoavvera.
L’importante è avere la consapevolezza che siamo venuti al mondo per aggiustare il nostro corpo (l’anima no ha bisogno di essere rettificata) e di conseguenza raffinare il mondo ed elevarlo. Questo è lo scopo della nostra esistenza, combattere i nostri istinti per vincerli sempre.
Come il famoso detto comunista degli anni Sessanta, ma che in realtà origina dalla prima parte del Tanya: la nostra vita è UNA LOTTA CONTINUA!

Tratto da uno scritto di Y. Y. Jacobson basato sugli insegnamenti del Rebbe di Lubavitch

 

HO VISTO UN RE, SA l’HA VIST CUS’È’?
Anche oggi vi proponiamo un estratto del libro “Saggezza Quotidiana”, edito da Mamash. Attraverso gli
insegnamenti cassidici del Rebbe e dei suoi predecessori, questo libro è una vera e propria guida alla lettura e
comprensione della Torà settimanale.
Uno dei principali argomenti del brano scelto per voi è quello che sottolinea l’importanza dello Shabbàt. Tanto
che, se una festa importante come Rosh Hashanà cade di Shabbàt, si “sospende” il precetto della Torà di
suonare il mistico shofàr.
Come spiegato, questo suono, generato dal corno delle shofàr ha, tra le altre, la funzione di risvegliare
nell’ascoltare il timore di Hashèm, nel senso di riuscire a far percepire e introiettare in se stessi il fatto che
l’unico e vero Re esistente in noi e fuori di noi è Hashèm.
Tuttavia, perché di Shabbàt non vi sarebbe questa esigenza? La risposta la troviamo nel fatto che durante il
settimo giorno avviene un evento straordinario. Un tipo di “miracolo” che necessita di una preparazione da
parte nostra per essere percepito pienamente, almeno solo in parte. Alcune persone particolarmente pie e
collegate ad Hashèm non fanno fatica a “vedere” e “sentire” la diversità del settimo giorno, rispetto agli altri,
ma per la maggior parte di noi invece non è così.
Il “miracolo in questione è che durante Shabbàt, Hashèm ha deciso, fin dagli albori della creazione, di “svelarsi”
maggiormente rispetto agli altri giorni. Questo significa che, se rispettiamo le numerose e precise “regole”,
stabilite dalla Torà per questo giorno, anche noi possiamo percepire, magari solo in parte, questa rivelazione
aumentata della presenza di Hashèm nel mondo. Per tale motivo non vi sarebbe il bisogno di un qualcosa che
ci aiuti, come lo Shofàr. L’altissima rivelazione dello Shabbàt, di per sé, ci rende in grado di percepire la
regalità di Hashèm. Per utilizzare una metafora, durante lo Shabbàt è come se il Re si facesse vedere, quindi
il “suddito” che vede il Re non ha bisogno di “ricordarsi” (tramite il suono dello shofàr) chi è il Vero Re del
mondo, chi governa sopra e dentro di noi.
*
Il Sacerdozio; le Festività
L’ottava sezione del libro di Levitico inizia con Hashèm che ordina a Moshè di “dire” (emòr, in ebraico) ai
sacerdoti anziani di educare i sacerdoti più giovani, riguardo alle leggi del sacerdozio. In seguito, Hashèm
insegna a Moshè queste leggi e quelle riguardanti tutte le festività dell’anno.
*
Pèssakh è seguita, dopo sette settimane, dalla festa di Shavu’òt [“Settimane” in ebraico]. Anche, se i mesi
dell’anno ebraico sono numerati da Nissàn, gli anni sono contati dall’inizio del primo giorno di Tishrè, il
settimo mese. Il primo di Tishrè è quindi Rosh Hashanà, “il capo dell’anno”. Questa festa è scandita dal suono
dello shofàr, il corno d’ariete, tranne quando cade di Shabbàt.
Le Altezze Spirituali dello Shabbàt
[Hashèm disse a Moshè] «Il primo [giorno] del mese [di Tishrè] sarà … un ricordo del suono dello shofàr».
(23, 24)
Il suono dello shofàr, nel primo giorno dell’anno, suscita la nuova energia divina che sosterrà tutta la creazione,
spirituale e fisica, per quell’anno. Tuttavia, quando Rosh Hashanà coincide con Shabbàt, lo shofàr non viene
suonato e noi lo “ricordiamo” menzionandolo nelle nostre preghiere.
Questo, perché soffiare lo shofàr a Shabbàt non è solo superfluo, ma inutile. La sovranità di Hashèm su di noi
è il tema principale di Rosh Hashanà. Il suono dello shofàr, in occasione della Sua “incoronazione”, è la
dichiarazione della nostra sottomissione rinnovata, disinteressata e volontaria alla Sua sovranità.
La necessità di una dichiarazione simile, tuttavia implica, che siamo consapevoli di noi stessi come esseri
indipendenti, che devono sottostare a Lui intenzionalmente. Tale consapevolezza intima caratterizza la nostra
coscienza nei giorni feriali. Tuttavia, nel giorno dello Shabbàt, quando siamo intrinsecamente assorbiti nella
nostra accresciuta consapevolezza di Hashèm, una dichiarazione simile sarebbe un’offesa allo Shabbàt.

Alcuni chiedono: perché dovremmo” tremare nei mondi “e parlare continuamente della venuta del Messia? L’Onnipotente dovrebbe ben sapere quando portare il Redentore, quando lo ritiene opportuno.

Una risposta a questo dovrebbe essere appresa dalla Pessakh Sheni la seconda Pasqua.
Questo comandamento fu dato per quelli del popolo ebraico che per vari motivi (“erano in un luogo distante” o “impuro per l’anima”) non potevano rispettare il sacrificio della Pasqua. Tuttavia, queste persone non “si arresero”, ma insistettero e fecero richiesta all’Onnipotente per osservare il comandamento. Come risultato per questa determinazione fu stabilito un nuovo precetto, quello della Seconda Pasqua.

Lo stesso vale per noi:
Al tempo dell’esilio, quando il popolo d’Israèl è “in un luogo distante” e al livello spirituale “dell’anima impura”, deve reclamare con tenacia e chiedere a Dio: “Perché non possiamo offrire il sacrificio del Signore?”
“Vogliamo già avere la vera e completa redenzione e il Tempio, subito !”

(Da una Sikhà del Rebbe)

PICCOLO VIDEO DEL REBBE SPIEGA PESSAKH SHENI sottotitoli in italiano
https://www.facebook.com/shlomo.bekhor/posts/10158198710295540

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom

Rav Shlomo Bekhor

Il mio portale delle email è saltato e sto cercando di ripartire con un altro portale e ho raccolto alcune email ma ne mancano ancora tante.
Se la email in uso non è aggiornata prego di comunicarmi.
Se si conoscono delle persone che la vogliono ricevere per favore di farmelo sapere o registrarsi al link in basso.
Se non desideri ricevere la riflessione sulla Torà della settimana provvederò a disinserirti  dalla mia email (che mando anche via whatsapp e FaceBook: https://www.facebook.com/shlomo.bekhor).

Il periodo dell’Omer rappresenta l’impazienza di ricevere la Torà, come un prigioniero che aspetta con desiderio di conoscere la sua sposa per 49 giorni. Perciò durante questi 49 giorni ognuno di noi ha il potere e la forza di lavorare su se stesso, elevando la sua anima per mezzo dei 49 attributi che sono innati in noi ed essere pronto così a ricevere la sua sposa il giorno di Shavuot.
Domani leggiamo nella Torà proprio la mitzvà dell’offerta del’Omer e l’ordine di contare i giorni tra Pessakh e Shavuot.
Contare in ebraico vuole dire anche illuminare i giorni ovvero illuminare i nostri 49 attributi.
Questa settimana ho fatto una lezione sulla sefira dell’Omer molto interessante che si può sentire al seguente link:
Qui sotto trovi quella di stasera e domani sera.
Ogni giorno pubblico il significato della sefirà di quel giorno da raffinare su Facebook. Qui un post di questa settimana molto interessante:
C’è VITA su MARTE?
O c’è VITA intellignte sulla TERRA?

Una VITA ben spesa, LUNGA è!
Leonardo Da Vinci

Se vuoi ricevere anche gli altri direttamente posso mandare anche via email o Whatsapp.
Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it sulla parashà.
Un caloroso Shabbat Shalom
Rav Shlomo Bekhor
EMOR
Al seguente link trovi la lezione sulla nostra parashà di EMOR molto interessante in formato mp3:
dal seguente link si scarica il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web: 

MORTE, HANDICAP, PROBLEMI PSICHICI, STRESS ECONOMICO, INSICUREZZA!

Come le 5 festività ci illuminano nelle 5 grandi sfide della vita!

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Per sentire le altre lezioni sulla parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2019/05/13/emor-5772-6-lezioni/

SEFIRAT HAOMER: 28° giorno
Ventottesimo giorno dell’Omer
4 settimane
MALKHÙT in NÈTZAKH – REGALITÀ nella DETERMINAZIONE
13 di Iyar – venerdì sera 17 Maggio
28°giorno: questa sera Hashèm ci dota la capacità di innalzare l’ultimo aspetto di Nètzakh, la Regalità nella Determinazione.
Nètzakh è l’attributo che ci consente di perseverare e vincere le sfide della vita.
Malkhùt è la capacità di comunicare, organizzare e comandare. Tutte doti che si devono coniugare alla fiducia e dignità verso noi stessi e verso gli altri.
L’unione di queste due Sefiròt rende capaci di perseverare in modo organizzato e comunicativo: il più grande progetto, se non organizzato bene e promosso con il giusto marketing, non riceve il successo che merita. In negativo la spinta di Nètzakh può renderci eccessivamente impetuosi, nel perseguire un progetto, e quindi poco organizzati.
Inoltre Malkhùt in Nètzakh consente di perseverare con autostima, e quindi di capire il proprio ruolo nel mondo senza farsi intimidire dalle difficoltà.
Un’esemplare Regalità nella Perseveranza, la possiamo trovare nella figura stessa del mio Maestro il Rebbe di Lubàvitch:
il Rebbe, Menachem Mendel Schneerson, il settimo leader della dinastia Chabad, è uno dei più grandi leader che il popolo ebraico abbia avuto negli ultimi secoli.
Lui è riuscito a coniugare eccezionali doti di leadership, capacità di comunicazione e di organizzazione, fondando istituzioni chassidiche a fini educativi, sociali e culturali. Inoltre, sotto la sua guida, sono sorte centinaia di scuole e centri di Torà, in ogni parte del mondo e migliaia discepoli sono stati inviati come emissari.
QUESTI RISULTATI NON FURONO CERTO REGALATI! Fin dall’inizio le idee “profetiche” e controcorrente del Rebbe furono osteggiate e derise da molti. Grazie alla sua tenace convinzione (nètzakh) di agire per una missione divina, che trascendeva la sua volontà e i suoi bisogni, il Rebbe, piano piano, ma costantemente, convinse e acquistò sempre più la stima degli scettici in tutto il mondo (malkhùt in nètzakh). Centinaia di migliaia di fedeli e milioni di simpatizzanti, lo consideravano e tutt’ora lo considerano, come “il Rebbe”: l’uomo responsabile di aver risvegliato la coscienza e la consapevolezza dell’Ebraismo, dopo l’inferno della Shoà.
Una forte autostima, la capacità di comunicare e il rispetto per la dignità degli altri (malkhùt), sono qualità fondamentali per superare ogni ostacolo con successo (nètzakh).
Riflessione:
nonostante la vita mi porti a correre molto riesco a rimanere consapevole del mio ruolo nel mondo e non perdere la mia dignità? Riesco a coniugare nel lavoro tenacia con una buona organizzazione?
Esercizio:
perseguire con determinazione (nètzakh) i bisogni familiari, ma senza comunicare con la dolce metà, vuole dire mancare di Regalità (malkhùt). Nel 28° attributo scopriamo la forza di vincere le nostre sfide con comunicatività (malkhùt in nètzakh).

SEFIRAT HAOMER: 29° giorno

Ventinovesimo giorno dell’Omer
4 settimane e 1 giorno
KHESSÈD in HOD – BENEVOLENZA nell’UMILTÀ
14 di Iyar – sabato sera 18 Maggio
29° giorno: stasera iniziamo la costruzione del QUINTO piano del “palazzo” della nostra formazione. Da stasera abbiamo la facoltà di illuminare la prima faccia dell’Umiltà che è la Bontà.
Questa è la settimana di HOD – SPLENDORE che cade sempre in occasione di due ricorrenze: la festa di Pèssakh Shenì (la luce di Pessakh in forma elevata) e nell’anniversario di Rabbi Mèir baal hanes (il nome Meir significa luce).
Hod, letteralmente “Splendore” rappresenta l’attributo dell’umiltà: solo chi è umile davanti ad Hashèm, può riflettere il Suo vero splendore e quello dell’anima.
Hod significa anche ringraziamento inteso come lehodòt – ringraziare (essere grati): essere riconoscenti ad Hashèm per tutto quello che abbiamo; in quanto tutto ciò che possediamo non ci appartiene realmente.
Tramite questa Sefirà ci svuotiamo del nostro ego e creiamo lo spazio per far scendere in noi la grazia divina che permette di uscire dalle limitazioni umane.
Khèssed è l’attributo dell’Amore, Passione che ci spinge a dare, sempre e comunque, poiché si considera i desideri del prossimo, come se fossero i nostri.
Con Khèssed in Hod, impariamo a mettere al servizio dell’umiltà l’entusiasmo dell’Amore. Questo permette alla nostra umiltà di proiettarsi all’esterno con vitalità.
Un’umiltà sana non deve demoralizzare, bensì portare amore e gioia. L’umiltà che manca dell’amore è spenta.
Una storia talmudica può aiutarci a capire meglio:
Prima della distruzione del secondo tempio, viveva un grande Tzaddik chiamato El’azàr ish birta che era molto, ma molto povero! Era conosciuto da tutti per due grandi qualità: l’umiltà e la benevolenza verso il prossimo. Un giorno la moglie dello Tzaddik gli dice, perentoriamente, che la loro unica figlia doveva sposarsi e che serviva urgentemente la dote per il matrimonio.
L’uomo non si scompose, prese una piccola borsa, con i pochi risparmi, e andò al mercato della città. Lì scorse gli addetti alla tzedakà che cercavano, in tutti i modi, di non farsi vedere da lui, poiché sapevano che lo Tzaddik era tanto povero quanto generoso, ma oramai era troppo tardi!
Elazar in un attimo fu davanti a loro e gli chiese per quale giusta causa raccogliessero i soldi. Essi risposero che era per il matrimonio di due orfani. Lui allora disse: “Giuro su Dio che questa cosa è più importante del matrimonio di mia figlia!”. Detto fatto, prese tutta la borsa dei soldi e la diede ai responsabili.
Per non tornare a mani vuote il povero Tzaddik continuò comunque il suo giro al mercato e comprò qualche chicco di grano. Arrivato a casa, mise questi pochi chicchi nel suo piccolo deposito per il grano, completamente vuoto. L’indomani la figlia, con il viso pieno di gioia, corse a ringraziare il padre per tutto quel grano. Miracolosamente, durante la notte, il deposito del grano strabordò tanto da non riuscire ad aprire la porta.
Lo Tzaddik guardò sua figlia con affetto e gli diede un grande insegnamento di Umiltà: “prendi solo la parte minimale che ti serve il resto spetta ai poveri, poiché è detto che una persona retta non deve trarre vantaggi da un miracolo!”.
Il grande Tzaddik, nonostante la sua umile povertà (hod), agiva senza paura verso i bisognosi e con amore dava in tzedakà quel poco che possedeva (khèssed). Conscio del fatto che tutto ciò che abbiamo in realtà appartiene a Dio, era umile nel farsi tramite dell’amore di Hashèm per il bene della società (khèssed in hod).
Riflessione:
la mia umiltà permette di amare di più, oppure mi inibisce e blocca?
Esercizio:
siamo sempre disposti a metterci da parte e ci facciamo piccoli, quando dobbiamo aiutare un amico, poiché siamo consapevoli che tutto in fondo viene da Dio. Tuttavia, annullando eccessivamente noi stessi, appariamo agli occhi degli altri, come freddi e indecisi. Riempiamo la nostra umiltà con un amore caldo e vitale, facciamo si che la generosità (khèssed) trasformi la nostra umiltà (hod) in una protagonista, per noi e il prossimo.

La porzione di Torà di Emor (Levitico 21:1–24:23) si apre con le leggi speciali relative ai Kohanim (“sacerdoti”), il Kohen Gadol (“Sommo Sacerdote”), e il servizio nel Tempio: un Kohen non può diventare ritualmente impuro attraverso il contatto con un corpo morto, salvo nel caso della morte di un parente stretto; un Kohen non può sposare una donna divorziata; un Kohen Gadol può sposare solo una vergine. Un Kohen con una deformità fisica non può servire nel tempio santo, né un animale deforme può essere portato in offerta.
Un neonato di vitello, agnello o capretto deve essere lasciato con sua madre per sette giorni prima di poterlo portare in offerta; non si può macellare un animale e la sua discendenza lo stesso giorno.
La seconda parte di Emor elenca le principali ricorrenze festive del calendario ebraico: lo Shabbat settimanale, la settimana di Pessakh, l’offerta del primo raccolto d’orzo da portare nel secondo giorno di Pessakh e l’inizio del conteggio dei 49 giorni dell’Omer che culmina con la festa di Shavuot nel 50° giorno, il digiuno del 10 di Tevet e Sukkot.
La parashà prosegue con la descrizione dell’illuminazione della menorah nel Tempio, e l’offerta settimanale del pane (hapanim lechem).
Emor si conclude presentando il caso di un uomo giustiziato per blasfemia, e descrivendo le sanzioni per l’omicidio o la distruzione della proprietà altrui (rimborso monetario).

EMOR 5771 – 3 MATRIMONI: PECORA, TORO E GEMELLI
Il segreto per creare la pace tra le varie culture

EMOR 5770 – LA MELA NON CADE LONTANO DALL’ALBERO!
Qual è il sistema sul quale si basa il mondo?

EMOR 5769 – MORTE, HANDICAP, PROBLEMI PSICHICI, STRESS ECONOMICO, INSICUREZZA!
Come le 5 festività ci illuminano nelle 5 grandi sfide della vita!

EMOR 5765 – LE FESTE EBRAICHE E I 49 GIORNI DELL’OMER
Le festività ebraiche, lo Shabbat, il conteggio dell’Omer e il Pirkè Avot.

Emor 5766 – 2006 – COSA PERDONA IL KIPPUR?
La parasha di questa settimana ci parla di tutte le feste che scandiscono il calendario ebraico. Nel parlarci delle feste ci ricorda alcune delle loro caratteristiche.
Ecco quindi che a Kippur si può chiedere ad Hashem di perdonarci le colpe che abbiamo commesso nell’osservanza dei suoi precetti, ma non possiamo aspettarci da lui il perdono per le i torti verso i nostri simili. Solo il colpito dal torto pu? perdonare.