SHELAKH 5784: 9 LEZIONI

22 Giugno 2024 0 Di HaiimRottas

Questo Shabbàt 29 Giugno 2024  23 del mese di SIVAN 5784 leggeremo la Parashà di Shelakh Numeri 13: 1 – 15: 41
HAFTARÀ Giosuè 2: 1-24.

Si annuncia Rosh Chòdesh

pdf di TUTTA la Parashà di Shelàkh tradotta e commentata e illustrata + haftarà commentata:
https://virtualyeshiva.it/wp-content/uploads/2021/06/04_Shelakh.pdf

Nonostante i due ritardi/incidenti nella parashà precedente – uno durato un mese e l’altro una settimana – questa parashà si apre con il racconto del popolo pronto a entrare nella Terra di Israele. Come preparazione finale prima di lanciarsi alla conquista, gli Israeliti mandarono i loro capi più illustri e raffinati in avanscoperta. Ma come risultato della missione, il popolo dovette soffrire la terza e più grave battuta d’arresto, che causò la morte dell’intera generazione nel deserto e ritardò l’ingresso nella Terra Promessa di altri trentanove anni.
La maggior parte della parashà è dedicata ai dettagli di questa storia tragica e drammatica. L’ultima parte della parashà, tuttavia, si allontana improvvisamente dal racconto storico e discute un buon numero di leggi e di eventi che apparentemente non hanno alcuna connessione gli uni con gli altri o con i fatti ricordati all’inizio della parashà:
• il requisito di portare offerte di grano e vino insieme con i sacrifici degli animali,
• il requisito di dare khallà che è una parte di ogni impasto di pane ai sacerdoti,
• le leggi che riguardano le offerte che espiano il peccato di idolatria,
• la vicenda dell’uomo che raccolse della legna di Shabbàt,
• il comandamento di aggiungere dei tzitzìt – frange agli angoli dei vestiti.
Le leggi sembrerebbero appartenere al Libro del Levitico, e l’incidente dell’uomo che raccoglieva i ramoscelli – che accadde poco dopo il Dono della Torà – sembrerebbe appartenere al Libro dell’Esodo. Perché vengono collocati qui, e come sono connessi al nome della parashà, Shelàkh, che significa semplicemente “manda”?
Per capire, ricordiamo ancora una volta che lo scopo della discesa dell’anima nel corpo, la creazione del popolo ebraico, l’esilio in Egitto e l’Esodo, il dono della Torà, e l’ingresso e la successiva conquista della Terra di Israele, sono avvenuti tutti per il preciso scopo di trasformare questo mondo in una dimora per Hashèm, che significa disseminare la coscienza divina nel mondo intero.

In altre parole noi siamo tutti – sia individualmente che collettivamente – emissari di Hashèm per realizzare il Suo scopo in Terra. Per questo è certamente opportuno che alla vigilia dell’ingresso nella terra di Israele, dove questo scopo sta per essere completato, Hashèm dice a Moshè di mandare dei rappresentanti del popolo in missione. Questo compito racchiude l’essenza di ciò che rappresenta l’ingresso alla Terra promessa: completare la nostra missione divina come emissari di Hashèm in questo mondo.
Esistono molte spiegazioni del perché gli esploratori fallirono in questa missione, e ne vedremo alcune in seguito. Ma il vero motivo sottostante del loro tragico errore fu che essi credettero che gli emissari (cioè gli Israeliti in toto), non fossero in grado di compiere la loro missione, che il Mandante avesse in qualche modo sovrastimato le capacità dei Suoi rappresentanti o sottostimato le difficoltà che essi avrebbero incontrato.
La generazione dell’Esodo conquistò il livello di coscienza divina più alto che ogni altra generazione nella storia. Hashèm li nutriva con la manna celeste, e questo ogni giorno ricordava loro il coinvolgimento divino persino negli aspetti mondani della vita. Ciò fece sì che essi diventassero i recipienti ideali per accogliere la Torà . Essi furono anche testimoni dell’assoluto controllo di Hashèm sulle “immutabili” leggi della natura, e della Sua abilità nel sospenderle per il Suo popolo. E infine, avevano assistito alla rivelazione divina nella promulgazione della Torà sul monte Sinày. Come è possibile allora che questo stesso popolo, esposto quotidianamente ai miracoli di Hashèm, mutasse improvvisamente in una moltitudine di scettici spaventati? E come è possibile che la loro élite spirituale cadesse così in basso sin al punto di mettere in dubbio l’onnipotenza di Hashèm?
La risposta è che fu proprio la loro elevata spiritualità a condurli in errore. Essi desideravano sperimentare la vita e perseguire il divino liberi dalle distrazioni della materialità. Nel deserto erano protetti dalla nuvola di gloria, sostentati dalla manna e dal pozzo di Miryàm e soddisfatti in tutti i loro bisogni fisici. Il loro tempo era dedicato totalmente allo studio della Torà, alla meditazione e alla preghiera. Ripugnava loro l’idea di entrare nel mondo reale, dove il pane doveva essere ottenuto col sudore dato dal lavoro della terra, e la vita non poteva essere un paradiso celeste .
Per questo motivo gli esploratori riferirono che la terra “consuma i suoi abitanti”: essi temevano che una volta entrati finissero preda della sua materialità e non potessero più essere totalmente spirituali. Ai loro sentimenti fecero eco, secoli dopo, le parole di Rabbi Shim’òn bar Yokhày, che disse: “Se una persona ara quando è tempo di arare, semina quando è tempo di seminare, raccoglie quando è tempo di raccogliere, trebbia quando è tempo di trebbiare e fa la mondatura quando è il tempo di mondare, cosa ne sarà della Torà?” .Certamente, questa aspirazione ci ha indotto a desiderare, con tutto il cuore e attraverso le varie epoche, l’avvento dell’era messianica, quando la materialità terrena non distrarrà più l’elevazione spirituale .
È lodevole desiderare la venuta di questo tempo; tuttavia, questo desiderio deve essere bilanciato dalla umile sottomissione ai piani che Hashèm ha per il creato. Il compito della vita è vivere all’interno della realtà mondana e rivelare il divino nascosto che c’è in essa. Gli esploratori e tutta la loro generazione non erano disposti a portar avanti il mandato ricevuto sul monte Sinày – cioè portare il paradiso in terra e la terra in paradiso, perché non sono stati in grado di percepire il grande vantaggio di entrare nel mondo materiale, dove l’essenza di Hashèm può essere trovata ubbidendo ai suoi comandamenti sul piano fisico, e anche perché temevano le insidie che accompagnano questo compito più legato ad azioni fisiche che allo spirito.
Era precisamente questo equivoco che doveva essere smentito una volta per tutte prima dell’ingresso nella terra promessa. È molto facile, quando si considera l’ampiezza delle richieste della Torà nella nostra vita e gli sforzi che dobbiamo dedicare per soddisfare tali richieste in modo appropriato, cadere nella trappola del ragionamento secondo cui Hashèm ci sta chiedendo troppo. Dopo tutto, la Torà cerca di governare ogni aspetto della vita, in tutti i suoi innumerevoli dettagli. Anche studiare la Torà di per se, sembra un compito impossibile, poiché “la sua lunghezza è maggiore di quella della terra, e la sua profondità maggiore di quella degli oceani” .
E come se non bastasse, la Torà ci chiede di sublimare i nostri istinti animali innati e di resistere alle pressioni della società e alle sue regole. Come può la flebile voce dei pochi che sono fedeli a Hashèm vincere il frastuono di coloro che lo ignorano e non farsi condizionare dalle regole della società?
Solidi argomenti, certo, che tuttavia, dopo soltanto una riflessione momentanea, si sbriciolano. Poiché anche un committente umano, se dotato di un minimo di senso, non dà a un suo rappresentante un compito troppo difficile per lui da compiere. E se un committente umano può sbagliare nella stima delle capacità dell’emissario, Hashèm ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi: come nostro Creatore, Egli è completamente cosciente dei nostri punti di forza e delle nostre debolezze. È perciò inconcepibile che Egli possa o voglia assegnarci un compito che non possiamo portare a termine.
Fallendo la loro missione gli esploratori, paradossalmente, hanno avuto successo in un modo molto più completo. Il loro fallimento ha permesso che il bene prezioso, da loro disdegnato – ovvero il fine divino di far diventare questo mondo una dimora per Hashèm – fosse raggiunto in modo più integro rispetto a quanto il loro successo avrebbe mai potuto conseguire.
Il modo migliore per fare del mondo la dimora di Hashèm è rivelare che, in realtà, la nostra vera e innata natura è divina, ovvero realizzare la prospettiva, gli obiettivi e i desideri di Hashèm come se fossero nostri.
Quando riusciamo in questo intento, non solo seguiamo la volontà di Hashèm perché ci viene detto, ma anche perché la nostra mente e il nostro cuore ci spingono a farlo.
Il problema è che trasformare se stessi in tal senso è un processo di auto raffinamento lungo e faticoso.
Sarebbe molto più semplice e veloce sottomettersi in toto alla volontà di Hashèm dandogli “carta bianca”, piuttosto che raffinare gradualmente l’intelletto e le emozioni con un allenamento costante che insegni loro a vedere la presenza di Hashèm attraverso la materialità del mondo. Ma questo è esattamente quello che il peccato commesso dagli esploratori ci ha permesso di fare in modo più semplice.
Per prima cosa, gli esploratori riuscirono a entusiasmare il popolo all’idea di entrare nella Terra di Israele . Grazie a loro, gli ebrei udirono da testimoni oculari che nella terra fluivano latte e miele, e che quindi non dovevano credere alla promessa di Hashèm solo in base alla fede. Una volta riscossi dai loro dubbi momentanei, essi vennero trascinati dal desiderio di entrare nella terra promessa. I loro figli porteranno dentro i loro cuori e menti, questa conoscenza delle virtù della terra di Israele quando vi entrarono gioiosamente insieme a Yehoshù’a. Infatti, gli esploratori che Yehoshù’a mandò in seguito, avevano solo uno scopo strategico ma non di convincimento, poiché il popolo non necessitava più un’ulteriore conferma della bellezza e delle caratteristiche benefiche della terra che li attendevano.
Secondo, il fatto che gli esploratori – essendo i capi di Israèl e quindi rappresentanti di tutto il popolo – camminando attraverso la terra, la prepararono spiritualmente per il successivo ingresso di Israèl in toto. La missione delle spie ebbe allora l’effetto immediato di iniziare la conquista della terra e spianare la strada per la effettiva presa .
Terzo, se le spie e la loro generazione non avessero peccato, il popolo sarebbe comunque entrato sotto la guida di Moshè e sarebbe stato condotto ad una vittoria miracolosa dalla nuvola di gloria e dalla colonna di fuoco di Hashèm. Ma in tal modo, la vittoria e la conquista sarebbero state solo di Hashèm, piuttosto che del popolo aiutato dal Suo costante supporto. A causa del peccato degli esploratori, la terra doveva essere ora conquistata dalla prodezza in battaglia, ma la vittoria che ne sarebbe seguita, sarebbe stata il risultato degli sforzi del popolo. E poiché essi dovettero lottare per essa, la avrebbero poi valorizzata di più che se l’avessero ricevuta solo quale dono di Hashèm.
E infine, l’errore delle spie ci insegna la preziosissima lezione che possiamo tutti portare a termine la missione di Hashèm, e che non dovremmo mai fare l’errore di pensare che non siamo all’altezza della Sua chiamata per completare il nostro incarico.
Così, alla luce di quanto spiegato, era cruciale che le spie “peccassero”: era l’unico modo per raggiungere l’obiettivo di Hashèm di rendere il mondo una dimora per l’infinito, il solo modo in cui il processo storico avrebbe potuto procedere esattamente nella miglior maniera possibile. La loro vera colpa non consiste in quello che fecero, ma nel fatto che si focalizzarono solo su una faccia della medaglia, senza vedere il lato positivo del loro operato.
Forse essi possono essere perdonati per questo errore, questa era in fondo la prima volta che una generazione era chiamata a vivere il paradosso di desiderare il paradiso mentre lavorava sulla terra, di riconoscere l’importanza dell’io e allo stesso tempo abrogarlo in totale obbedienza: vivere con questa contraddizione può inizialmente sembrare impossibile. Così come dicono i nostri saggi: “tutti gli inizi sono difficili”.
In ogni caso, la lezione che dobbiamo imparare dagli esploratori è insieme l’importanza di aspirare ardentemente alla vita spirituale e di sottomettersi umilmente al desiderio di Hashèm di fare di questo mondo la Sua dimora, e di raggiungere il giusto bilancio tra questi due aspetti. Sia agire come una persona incentrata su se stessa che, all’opposto, operare con cieca obbedienza hanno entrambi degli inconvenienti: l’obbedienza cieca rappresenta il nocciolo, il substrato, del nostro impegno verso Hashèm, ma una vita basata su questo non coinvolge la persona nella sua interezza; agire nel nostro interesse permette alla prospettiva divina di permeare il nostro essere intero, ma fare ciò ci espone al rischio di lasciare che il nostro ego ci conduca fuori strada.
Lo scopo è rimanere consci del nostro impegno soprarazionale e incondizionato verso Hashèm pur facendo nostra la Sua realtà.
La nostra missione è garantita per avere successo solo quando ci impegniamo a manifestare la nostra dimensione divina in quanto mandatari di Hashèm, piuttosto che per promuovere i nostri interessi personali.

SE HASHÈM CHIEDE, È POSSIBILE ESEGUIRE
Manda per te degli uomini a esplorare la Terra di Israèl (13, 2)
L’entrata dei figli di Israèl nella terra promessa è simbolo dell’operato spirituale dell’ebreo in
questo mondo. Ogni anima scende dal cielo al fine di colmare di santità il mondo materiale,
rendendolo una dimora per la luce divina. Questo è anche lo scopo dell’entrata degli ebrei
nella Terra di Israèl: trasformare la terra di Canàan in terra di Israèl, dove la santità divina sia
percettibile e manifesta.
Quale preparazione a questo processo è necessario dapprima intraprendere la fase del manda
degli uomini, con cui si apre la parashà di Shelàkh. La vicenda degli esploratori, tema
centrale dell’inizio della parashà, è portatrice di un messaggio e di un insegnamento valido
per la vita di ciascun ebreo, sia nella missione stessa che nel suo fallimento.
Osservare e Meditare
Innanzitutto, è necessario meditare sul carattere della mitzvà che ci si appresta a compiere e
ricercare il modo migliore per portarla a termine.
Questo era anche il senso profondo della missione degli esploratori: Moshè li mandò affinché
trovassero la maniera più naturale, corretta ed efficace di conquistare il paese.
L’uomo potrebbe pensare che avendogli Hashèm ordinato di compiere un determinata mitzvà,
egli debba cessare di pensare e di esaminare la realtà naturale, agendo invece ad occhi chiusi,
ad ogni costo.
La missione degli esploratori insegna che non è possibile accontentarsi della fede in Hashèm;
l’uomo deve sempre andare in cercare della maniera giusta per eseguire la Sua volontà in
quanto Hashèm desidera che le mitzvòt siano compiute entro i limiti del mondo e nell’ambito
della natura.
Senza Conclusioni
D’altro lato, la vicenda degli esploratori insegna anche che neppure l’altro estremo è corretto.
L’errore degli esploratori consisteva nel fatto che ritenessero che, insieme al compito di
esaminare il paese e della maniera in cui conquistarlo naturalmente, fosse loro stata conferita
anche l’autorità di stabilire se fosse il caso o meno di entrare in Terra di Israele.
Proprio in questo punto si celava il loro grave peccato: Moshè li aveva mandati
esclusivamente affinché valutassero quale fosse il modo più facile per conquistare il paese;
essi, tuttavia, pensarono di esser stati mandati affinché giungessero a un giudizio: quello per
cui hanno deciso che non sarebbero stati in grado di entrare in Terra di Israèl, essendo la sua
popolazione più forte di loro o di Hashèm Stesso.
Così facendo, agirono contro la volontà di Hashèm e diedero prova di una fede debole, poiché
quando Hashèm assegna a una persona un compito, essa può indubbiamente portarlo a
termine. Se poi sarà necessario un miracolo, esso si verificherà.
La Bontà Stessa
Questo è il secondo principio che si deduce dalla vicenda degli esploratori: qualunque sia il
compito che Hashèm assegni all’uomo, questi lo può portare a termine, in quanto Hashèm
richiede solo cose che rientrino nelle facoltà della persona, essendo Hashèm l’essenza Stessa
della Bontà e della Giustizia.
Tuttavia, pur consapevoli di questa realtà, è necessario tener sempre presente che non si può
poggiare sui miracoli e si è sempre tenuti a ricercare la maniera in cui compiere la volontà di
Hashèm attraverso mezzi naturali.
Con ciò, deve essere chiaro che qualora sorgessero difficoltà o impedimenti, l’uomo potrà
sempre superarli, proprio come affermarono Yehoshù’a e Calèv: “Certamente saliremo e la
conquisteremo, poiché ne saremo indubbiamente in grado!” (Bemidbàr 13, 30)

Anche oggi, nel nostro oramai consueto “appuntamento settimanale”, pubblichiamo un estratto del nuovo libro di Mamash, “Saggezza Quotidiana”, basato sugli insegnamenti del Rebbe (alla fine di questo scritto). Oggi presentiamo un estratto della parashà settimanale del Libro dei Numeri (Bemidbàr), Shelàkh, sul celebre episodio degli “esploratori”. Prima, però una breve introduzione e una successiva riflessione sul ruolo della donna nell’ebraismo, basato su un commento della parashà settimanale.

Moshè chiede ad Hashèm il permesso di mandare delle “spie” a esplorare la terra d’Israele che il popolo ebraico si appresta a conquistare. L’intenzione di Moshè è semplice e chiara: lui vorrebbe mandare delle persone solo per capire meglio come conquistare la terra.
Per fare questo, Moshè sceglie degli uomini. E che uomini! I migliori! Erano, infatti tutti principi, tzaddìk e grandi studiosi della Torà e leaders indiscussi del popolo ebraico. Tuttavia, la risposta di Hashèm, a questa apparentemente semplice e logica richiesta di Moshè, è ambigua quanto strana: “Manda per te degli uomini..”. Come a dire “vedi te, Io non sono d’accordo, ma se proprio insisti..”.
Purtroppo, tale risposta anticipa il disastro della missione degli esploratori. Essi non solo interpretano a proprio piacimento la loro missione, trovando ogni possibile motivo per non entrare nella terra d’Israele, ma al loro ritorno fanno un rapporto così negativo e polemico che avviliscono e portano alla ribellione quasi tutti gli israeliti. La conclusione è nota, tutti gli esploratori, tranne Yehoshù’a e Calèv, moriranno e quasi l’intera generazione, di quelli che sono stati censiti, morirà nel corso dei successivi quarant’anni nel deserto.
Sono molteplici le spiegazioni sul perché o sul percome gli esploratori hanno fatto un simile errore. Oggi ne vogliamo proporre una originale, quanto interessante, spiegazione.

LA VERITÀ È DONNA
Esploratori Maschi o Femmine?

(continua da sopra)

Secondo il Keli Yakar (importante rabbino e commentatore della Torà) quando Hashèm risponde a Moshè, sulla opportunità o meno di mandare gli esploratori, in realtà vuole dirgli “se manderai delle donne sono d’accordo, altrimenti… manda per conto tuo”. In definitiva, Hashèm vuole insegnare come per svolgere un simile compito, in cui serve una fede ferma e integerrima, le donne sono le migliori. Secondo Hashèm, loro possono riuscire in un simile contesto. Perché questo?
La risposta la troviamo nella missione di conquistare la terra d’Israele, che il popolo ebraico si appresta a intraprendere. Terra che è popolata da terribili e forti giganti, da popolazioni numerosissime e avanzate militarmente che vivono in città fortezze apparentemente inespugnabili. “Mission Impossible”, verrebbe da esclamare, tutt’altro che semplice o logica Per non rimanere “scioccati” e spaventati da un tale scenario non si può fare affidamento sulla logica e sulla razionalità, tipicamente maschile. Bisogna, invece, avere una fede totale e fiducia nel fatto che Hashèm ha promesso la terra al popolo d’Israele. Fiducia sul fatto che sarà così e non importa chi o cosa bisogna sconfiggere o quali ostacoli superare per ottenerla. Per questo, Hashèm non è d’accordo a mandare degli uomini per quanto intelligenti e autorevoli.
L’uomo, infatti è dotato di una fede più leggera, rispetto alla donna. Per questo la Torà impone all’uomo molti più precetti che alla donna: tefillìn, studio costante della Torà, zizit, coprirsi il capo in segno di umiltà (la donna non ha questo obbligo, tra gli altri) e tanti altri ancora. L’ebraismo è consapevole che l’uomo è più “fragile”.
Tuttavia non è solo l’unico motivo. L’ebraismo è l’unica religione monoteista che valorizza la donna dandogli ruoli specifici sulla base delle sue intrinseche potenzialità. Uomo e donna sono diversi, quindi in alcuni casi la donna è superiore del livello spirituale all’uomo. A lei l’ebraismo affida un ruolo centrale nella educazione dei figli, nella gestione assoluta della casa e una autorevolezza e dignità senza parti. Nelle altre religioni monoteistiche, spesso, la donna è esclusa in quanto tale. Invece, l’ebraismo e la Torà è verità, quindi chi merita viene premiato e riconosciuto.
Nell’augurarvi una buona lettura, cerchiamo noi tutti di far tesoro degli insegnamenti della Torà e in questo caso particolare, al fine di riuscire a essere donne e uomini migliori.
Grazie all’impegno che metteremo nel migliorarci possiamo accelerare la rivelazione messianica, presto ai nostri giorni, Amen.

Nel 29 di Sivàn, 2449, gli israeliti raggiungono il confine della terra di Israele. Alcune persone chiedono a Moshè di inviare spie nel paese, per esplorarlo prima dell’ingresso del popolo. Moshè quindi si consulta con Hashèm, che acconsente a questo piano. Moshè sceglie per questa missione dodici uomini, uno per ogni tribù. Questi uomini erano tra i capi più illustri di Israèl. Tutti tranne due di loro – Calèv e il discepolo principale di Moshè, Yehoshù’a – commettono l’errore di oltrepassare i limiti della loro missione.

I Limiti della Ragione

שְׁלַח לְךָ אֲנָשִׁים וְיָתֻרוּ אֶת אֶרֶץ כְּנַעַן וגו’: (במדבר יג, ב)
[Hashèm disse a Moshè] «Manda per te degli uomini che esploreranno la terra di Canaàn». (13, 2)

Hashèm vuole che comprendiamo il più chiaramente possibile sia gli obiettivi della nostra missione divina, sia i metodi che Lui vuole che impieghiamo per propagandarla nel mondo. Questa comprensione ci aiuta a realizzare la nostra missione con più entusiasmo e coinvolgimento. Pertanto, Moshè pensa che sia opportuno mandare degli esploratori a riferire sulla qualità della terra e a scoprire il modo migliore per conquistarla. In questo modo, il popolo sarebbe stato più entusiasta di entrare a occupare la terra.
L’errore delle spie è quello di andare oltre la portata della loro missione e di trarre conclusioni. Moshè, infatti, ha solo chiesto loro di vedere come la terra doveva essere conquistata, non se potesse esserlo.
La lezione dall’errore delle spie è che quando impieghiamo la nostra comprensione per adempiere alla nostra missione divina, dobbiamo tenere sempre a mente che la stiamo attuando, perché Hashèm vuole che siamo consapevoli di adempierla a Suo nome. In questo modo, possiamo essere sicuri che stiamo usando il nostro intelletto solo per arrivare alla verità oggettiva, piuttosto che fornire a noi stessi delle prove che rafforzino un nostro ordine personale e soggettivo, conscio o inconscio che sia.

SHELAKH

Trovare la prospettiva giusta

Nonostante i due ritardi/incidenti nella parashà precedente – uno durato un mese (lamentele del popolo) e l’altro (Miriyàm critica Moshè) una settimana – questa parashà si apre con il racconto del popolo pronto a entrare nella Terra di Israele. Come preparazione finale prima di lanciarsi alla conquista, gli Israeliti mandarono i loro capi più illustri e raffinati in avanscoperta. Ma come risultato della missione, il popolo dovette soffrire la terza e più grave battuta d’arresto, che causò la morte nel deserto dell’intera generazione e ritardò l’ingresso nella Terra Promessa di altri trentanove anni.
La maggior parte della parashà è dedicata ai dettagli di questa storia tragica e drammatica. L’ultima parte della parashà, tuttavia, si allontana improvvisamente dal racconto storico e discute un buon numero di leggi e di eventi che apparentemente non hanno alcuna connessione gli uni con gli altri o con i fatti ricordati all’inizio della parashà:
il requisito di portare offerte di grano e vino insieme con i sacrifici degli animali,
il requisito di dare khallà, che è una parte di ogni impasto di pane, ai sacerdoti,
le leggi che riguardano le offerte che espiano il peccato di idolatria,
la vicenda dell’uomo che raccolse della legna di Shabbàt,
il comandamento di aggiungere dei tzitzìt – frange agli angoli dei vestiti.
Le leggi sembrerebbero appartenere al Libro del Levitico, e l’incidente dell’uomo che raccoglieva i ramoscelli – che accadde poco dopo il Dono della Torà – sembrerebbe appartenere al Libro dell’Esodo. Perché vengono collocati qui, e come sono connessi al nome della parashà, Shelàkh, che significa semplicemente “manda”?
Per capire, ricordiamo ancora una volta che lo scopo della discesa dell’anima nel corpo, la creazione del popolo ebraico, l’esilio in Egitto e l’Esodo, il dono della Torà, e l’ingresso e la successiva conquista della Terra di Israele, sono avvenuti tutti per il preciso scopo di trasformare questo mondo in una dimora per Hashèm, che significa disseminare la coscienza divina nel mondo intero.
In altre parole noi siamo tutti – sia individualmente che collettivamente – emissari di Hashèm per realizzare il Suo scopo in Terra. Per questo è certamente opportuno che alla vigilia dell’ingresso nella terra di Israele, dove questo scopo sta per essere completato, Hashèm dica a Moshè di mandare dei rappresentanti del popolo in missione. Questo compito racchiude l’essenza di ciò che rappresenta l’ingresso alla Terra promessa: completare la nostra missione divina come emissari di Hashèm in questo mondo.
Esistono molte spiegazioni del perché gli esploratori fallirono in questa missione, e ne vedremo alcune in seguito. Ma il vero motivo alla base del loro tragico errore fu che essi credettero che gli emissari (cioè gli Israeliti in toto), non fossero in grado di compiere la loro missione, che il Mandante avesse in qualche modo sovrastimato le capacità dei Suoi rappresentanti o sottostimato le difficoltà che essi avrebbero incontrato.
La generazione dell’Esodo conquistò il livello di coscienza divina più alto rispetto a ogni altra generazione nella storia. Hashèm li nutriva con la manna celeste, e questo ogni giorno ricordava loro il coinvolgimento divino persino negli aspetti mondani della vita. Ciò fece sì che essi diventassero i recipienti ideali per accogliere la Torà. Essi furono anche testimoni dell’assoluto controllo di Hashèm sulle “immutabili” leggi della natura, e della Sua abilità nel sospenderle per il Suo popolo. E infine, avevano assistito alla rivelazione divina nella promulgazione della Torà sul monte Sinày. Come è possibile allora che questo stesso popolo, esposto quotidianamente ai miracoli di Hashèm, mutasse improvvisamente in una moltitudine di scettici spaventati? E come è possibile che la loro élite spirituale cadesse così in basso fino al punto di mettere in dubbio l’onnipotenza di Hashèm?
La risposta è che fu proprio la loro elevata spiritualità a condurli in errore. Essi desideravano sperimentare la vita e perseguire il divino liberi dalle distrazioni della materialità. Nel deserto erano protetti dalla nuvola di gloria, sostentati dalla manna e dal pozzo di Miryàm e soddisfatti in tutti i loro bisogni fisici. Il loro tempo era dedicato totalmente allo studio della Torà, alla meditazione e alla preghiera. Ripugnava loro l’idea di entrare nel mondo reale, dove il pane doveva essere ottenuto col sudore dato dal lavoro della terra, e la vita non poteva essere un paradiso celeste.
Per questo motivo gli esploratori riferirono che la terra “consuma i suoi abitanti”: essi temevano che una volta entrati finissero preda della sua materialità e non potessero più essere totalmente spirituali. Ai loro sentimenti fecero eco, secoli dopo, le parole di Rabbi Shim’òn bar Yokhày, che disse: “Se una persona ara quando è tempo di arare, semina quando è tempo di seminare, raccoglie quando è tempo di raccogliere, trebbia quando è tempo di trebbiare e fa la mondatura quando è il tempo di mondare, cosa ne sarà della Torà?”.Certamente, questa aspirazione ci ha indotto a desiderare, con tutto il cuore e attraverso le varie epoche, l’avvento dell’era messianica, quando la materialità terrena non distrarrà più l’elevazione spirituale.
È lodevole desiderare la venuta di questo tempo; tuttavia, questo desiderio deve essere bilanciato dalla umile sottomissione ai piani che Hashèm ha per il creato. Il compito della vita è vivere all’interno della realtà mondana e rivelare il divino nascosto che c’è in essa. Gli esploratori e tutta la loro generazione non erano disposti a portar avanti il mandato ricevuto sul monte Sinày – cioè portare il paradiso in terra e la terra in paradiso, perché non furono in grado di percepire il grande vantaggio di entrare nel mondo materiale, dove l’essenza di Hashèm può essere trovata ubbidendo ai suoi comandamenti sul piano fisico, e anche perché temevano le insidie che accompagnano questo compito più legato ad azioni fisiche che allo spirito.
Era precisamente questo equivoco che doveva essere smentito una volta per tutte prima dell’ingresso nella terra promessa. È molto facile, quando si considera l’ampiezza delle richieste della Torà nella nostra vita e gli sforzi che dobbiamo dedicare per soddisfare tali richieste in modo appropriato, cadere nella trappola del ragionamento secondo cui Hashèm ci sta chiedendo troppo. Dopo tutto, la Torà cerca di governare ogni aspetto della vita, in tutti i suoi innumerevoli dettagli. Anche studiare la Torà di per sé, sembra un compito impossibile, poiché “la sua lunghezza è maggiore di quella della terra, e la sua profondità maggiore di quella degli oceani”.
E come se non bastasse, la Torà ci chiede di sublimare i nostri istinti animali innati e di resistere alle pressioni della società e alle sue regole. Come può la flebile voce dei pochi che sono fedeli a Hashèm vincere il frastuono di coloro che lo ignorano e non farsi condizionare dalle regole della società?
Solidi argomenti, certo, che tuttavia, dopo soltanto una riflessione momentanea, si sbriciolano. Poiché anche un committente umano, se dotato di un minimo di senso, non dà a un suo rappresentante un compito troppo difficile per lui da compiere. E se un committente umano può sbagliare nella stima delle capacità dell’emissario, Hashèm ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi: come nostro Creatore, Egli è completamente cosciente dei nostri punti di forza e delle nostre debolezze. È perciò inconcepibile che Egli possa o voglia assegnarci un compito che non possiamo portare a termine.
Fallendo la loro missione gli esploratori, paradossalmente, hanno avuto successo in un modo molto più completo. Il loro fallimento ha permesso che il bene prezioso, da loro disdegnato – ovvero il fine divino di far diventare questo mondo una dimora per Hashèm – fosse raggiunto in modo più integro rispetto a quanto il loro successo avrebbe mai potuto conseguire.
Il modo migliore per fare del mondo la dimora di Hashèm è rivelare che, in realtà, la nostra vera e innata natura è divina, ovvero realizzare la prospettiva, gli obiettivi e i desideri di Hashèm come se fossero nostri.
Quando riusciamo in questo intento, non solo seguiamo la volontà di Hashèm perché ci viene detto, ma anche perché la nostra mente e il nostro cuore ci spingono a farlo.
Il problema è che trasformare se stessi in tal senso è un processo di auto raffinamento lungo e faticoso.
Sarebbe molto più semplice e veloce sottomettersi in toto alla volontà di Hashèm dandogli “carta bianca”, piuttosto che raffinare gradualmente l’intelletto e le emozioni con un allenamento costante che insegni loro a vedere la presenza di Hashèm attraverso la materialità del mondo. Ma questo è esattamente quello che il peccato commesso dagli esploratori ci ha permesso di fare in modo più semplice.
Per prima cosa, gli esploratori riuscirono a entusiasmare il popolo all’idea di entrare nella Terra di Israele. Grazie a loro, gli ebrei udirono da testimoni oculari che nella terra fluivano latte e miele, e che quindi non dovevano credere alla promessa di Hashèm solo in base alla fede. Una volta riscossi dai loro dubbi momentanei, essi vennero trascinati dal desiderio di entrare nella terra promessa. I loro figli portarono dentro i loro cuori e menti questa conoscenza delle virtù della terra di Israele quando vi entrarono gioiosamente insieme a Yehoshù’a. Infatti, gli esploratori che Yehoshù’a mandò in seguito, avevano solo uno scopo strategico ma non di convincimento, poiché il popolo non necessitava più di un’ulteriore conferma della bellezza e delle caratteristiche benefiche della terra che li attendevano.
Secondo punto, il fatto che gli esploratori – essendo i capi di Israèl e quindi rappresentanti di tutto il popolo – camminando attraverso la terra, la prepararono spiritualmente per il successivo ingresso di Israèl in toto. La missione delle spie ebbe allora l’effetto immediato di iniziare la conquista della terra e spianare la strada per la effettiva presa.
Terzo aspetto, se le spie e la loro generazione non avessero peccato, il popolo sarebbe comunque entrato sotto la guida di Moshè e sarebbe stato condotto a una vittoria miracolosa dalla nuvola di gloria e dalla colonna di fuoco di Hashèm. Ma in tal modo, la vittoria e la conquista sarebbero state solo di Hashèm, piuttosto che del popolo aiutato dal Suo costante supporto. A causa del peccato degli esploratori, la terra doveva essere ora conquistata dalla prodezza in battaglia, ma la vittoria che ne sarebbe seguita, sarebbe stata il risultato degli sforzi del popolo. E poiché essi dovettero lottare per essa, la avrebbero poi valorizzata di più che se l’avessero ricevuta solo quale dono di Hashèm.
E infine, l’errore delle spie ci insegna la preziosissima lezione che tutti possiamo portare a termine la missione di Hashèm, e che non dovremmo mai fare l’errore di pensare che non siamo all’altezza della Sua chiamata per completare il nostro incarico.
Così, alla luce di quanto spiegato, era cruciale che le spie “peccassero”: era l’unico modo per raggiungere l’obiettivo di Hashèm di rendere il mondo una dimora per l’infinito, il solo modo in cui il processo storico avrebbe potuto procedere esattamente nella miglior maniera possibile. La loro vera colpa non consiste in quello che fecero, ma nel fatto che si focalizzarono solo su una faccia della medaglia, senza vedere il lato positivo del loro operato.
Forse essi possono essere perdonati per questo errore, questa era in fondo la prima volta che una generazione era chiamata a vivere il paradosso di desiderare il paradiso mentre lavorava sulla terra, di riconoscere l’importanza dell’io e allo stesso tempo abrogarlo in totale obbedienza: vivere con questa contraddizione può inizialmente sembrare impossibile. Così come dicono i nostri saggi: “Tutti gli inizi sono difficili”.
In ogni caso, la lezione che dobbiamo imparare dagli esploratori è insieme l’importanza di aspirare ardentemente alla vita spirituale e di sottomettersi umilmente al desiderio di Hashèm di fare di questo mondo la Sua dimora, e di raggiungere il giusto bilancio tra questi due aspetti. Sia agire come una persona incentrata su se stessa che, all’opposto, operare con cieca obbedienza hanno entrambi degli inconvenienti: l’obbedienza cieca rappresenta il nocciolo, il substrato, del nostro impegno verso Hashèm, ma una vita basata su questo non coinvolge la persona nella sua interezza; agire nel nostro interesse permette alla prospettiva divina di permeare il nostro essere intero, ma fare ciò ci espone al rischio di lasciare che il nostro ego ci conduca fuori strada.
Lo scopo è rimanere consci del nostro impegno soprarazionale e incondizionato verso Hashèm pur facendo nostra la Sua realtà.
La nostra missione è garantita per avere successo solo quando ci impegniamo a manifestare la nostra dimensione divina in quanto mandatari di Hashèm, piuttosto che per promuovere i nostri interessi personali.

לעילוי נשמת יעקב בן שלמה ורחל
In memoria di mio padre Yaakov ben Shelomo
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Sintesi

Invio degli esploratori. Hashèm consiglia a Moshè di mandare degli uomini a esplorare la Terra di Kenà’an, che Egli sta per donare ai Figli di Israèl. Moshè invia in ricognizione i dodici capi delle tribù; chiede loro di esaminare il paese e i suoi abitanti e di portare, al ritorno, alcuni frutti.
Ritorno dalla missione. Dopo quaranta giorni gli esploratori tornano portando un enorme grappolo d’uva, un melograno e un fico e raccontano di una terra fertile e lussureggiante. Dieci di loro spaventano il popolo dicendo che gli abitanti del paese sono guerrieri giganteschi e difficili da sconfiggere e la frutta è strana e la terra mangia i suoi abitanti, perché dove andavano vedevano dei funerali. Kalèv e Yehoshù’a sostengono, invece, che la terra può essere conquistata, come Dio ha comandato e promesso.
Dal timore alla ribellione. Il popolo, riunito in assemblea, geme e si lamenta per timore del futuro; molti di loro preferiscono tornare in Egitto. Hashèm, preso dall’ira, vorrebbe annientarli ma, grazie all’intercessione di Moshè, si limita a decretare che il popolo entrerà nella Terra solo dopo quarant’anni, in modo che l’intera generazione dell’esodo sarà deceduta nel deserto. La nazione viene informata del proprio castigo e i dieci esploratori che avevano suscitato la ribellione muoiono.
Ostinazione e sconfitta. Dopo aver appreso da Moshè che dovranno rimanere nel deserto 40 anni, il popolo si rende conto dell’errore fatto. Tuttavia, una parte di esso decide di entrare comunque in terra d’Israele. Moshè, li avverte che non riusciranno nell’impresa, poiché Hashèm non è con loro. Pertanto, la spedizione fallisce subendo una tremenda sconfitta da parte dei cananei e degli amalechiti.
Menakhòt e libagioni. Vengono date le leggi che specificano le quantità di vino, farina e olio che accompagnano i sacrifici.
Il precetto della khallà. La legge del precetto della khallà, consiste nel destinare una porzione dell’impasto del pane al sacerdote (come rappresentate di Hashèm).
Sacrificio di espiazione. Il Sanhedrìn (tribunale supremo rabbinico) deve portare un’offerta speciale quando ha involontariamente permesso a una comunità di compiere un atto che poi si è rivelato essere idolatra.
Un uomo profana lo Shabbat. Nel deserto viene trovato un uomo che raccoglie della legna nel giorno di Shabbat. La pena stabilita per lui da Hashèm è la lapidazione.
Il precetto dello tzitzìt. Hashèm comunica a Moshè che Israèl deve cucire delle frange tzitzìt – agli angoli di un indumento che ha almeno quattro angoli. Quando vediamo le frange, ricordiamo i precetti che Hashèm ci ha comandato.

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Siamo arrivati alla quarta Parashà ed ecco il link di Shelakh tradotta e commentata dal nuovo libro di Bamidbar in fase di uscita.
Si consiglia di stampare due pagine in un foglio fronte e retro per studiare per la prima volta in italiano Shelakh commentata e illustrata.
Cliccare sul seguente link in alcuni casi col mouse destro:
www.virtualyeshiva.it/files/kodesh/Shelakh.pdf

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Qual’è la causa che ha portato l’idolatria nel mondo? Quale è il giusto rapporto con il nostro lavoro e come non farsi inghiottire dalla nostra professione? Se è Dio che guarisce perché andiamo dal medico? Qual’è il giusto equilibrio tra la medicina e la fede in Hashèm?
Queste e tante altre domande presuppongono una risposta fondata su un GRANDE INSEGNAMENTO DI VITA.
Questa lezione, basata sugli insegnamenti del Rebbe di Lubàvitch (Likuté Sikhòt vol XVIII), spiega e chiarisce queste domande spiegando il parallelismo tra l’idolatria e la mitzvà di donare la Khallà (una parte dell’impasto) impariamo un messaggio di vita ATOMICO.
Lo scopo della nostra esistenza è cercare l’equilibrio tra anima e corpo, tra attributi negativi e quelli positivi. Capendo il significato degli intermediari – senza valorizzarli più di quello che sono veramente – riusciremo a trovare il giusto equilibrio nella vita.
Questo insegnamento viene tratto grazie all’accostamento di due precetti apparentemente lontanissimi tra loro: l’idolatria è la base della fede, mentre la Khallà è un precetto importante, ma non fondamentale. Tuttavia l’associazione tra di loro ci insegna come trovare il giusto equilibrio con la natura che ci circonda.
Il frutto della nostra fatica deve mantenere le giuste proporzioni e non deve illuderci che è tutto grazie al sudore della nostra fronte se siamo riusciti a raggiungere importanti risultati.
Collegando tutto questo al filo conduttore della parashà capiremo il collegamento con l’errore degli esploratori che hanno guardato il mondo con superficialità. Gli esploratori non hanno capito che lo scopo della creazione di un mondo privo di spirito è solo per elevarlo e rivelare che anche nella materia c’è la mano di Dio nascosta.
In altre parole non hanno creduto nella forza che Hashèm gli ha dato di poter trasformare la materia in spirito, ovvero non hanno creduto in se stessi, hanno peccato in mancanza di AUTOSTIMA.
Impariamo dall’errore degli esploratori a non sottovalutarci e a realizzare la nostra missione nel mondo anche se ci sembra impossibile.
Se anche il padrone di un asino sa quanto può resistere il suo animale; sicuramente Hashèm sa fino a dove possiamo arrivare. Se Dio ci ha messo nel mondo per elevarlo sicuramente siamo in grado di farlo.
BASTA CHE CREDIAMO IN NOI STESSI e che non siamo nati per COINCIDENZA, ma per fare una differenza nel mondo!

questo il riassunto di questa nuova lezione video BOMBA 31mn

VERO SIGNIFICATO DELL’IDOLATRIA

Ti riporto i link delle lezioni on line su virtualyeshiva.it della parashà di questa settimana.

Shabbat Shalom
rav Shlomo Bekhor

SHELAKH
LEZIONE ANNO SCORSO SU SHELAKH 5778: ESSERE PSICOLOGI DI SE STESSI!
Come bisogna essere medici del proprio corpo e capire le cause di ogni sintomo a cosa può portare, così bisogna essere medici della propria psiche. Capire che in certi momenti di poco equilibrio bisogna agire con maggiore prudenza.
Il Rebbe dice che la nostra generazione deve agire con più giogo divino e sottomissione e non basare il rapporto con Hashem solo sulla razionalità, perché in questi tempi si potrebbe rischiare di cadere spiritualmente.
Questo è il consiglio e l’ordine dato da Moshè agli esploratori di comportarsi come turisti e non come spie. Tuttavia loro essi si sono comportati diversamente, pensando di essere furbi e fare un salto di livello che li porterà a una caduta storica indimenticabile.
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Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:
http://www.virtualyeshiva.it/2009/06/18/shelakh-5769-il-peccato-della-comparazione-degli-alberidal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:
http://www.virtualyeshiva.it/files/09_06_18_shelakh5769_mekoshesh_shabbat_basevita.mp3

IL PECCATO DELLA COMPARAZIONE DEGLI ALBERI!

Esplorazione del mondo nascosto dell’enigmatico “raccoglitore di legna”!!!

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Panoramica della parashà Shelàkh

Nonostante i due ritardi/incidenti nella parashà precedente – uno durato un mese e l’altro una settimana – questa parashà si apre con il racconto del popolo pronto a entrare nella Terra di Israele. Come preparazione finale prima di lanciarsi alla conquista, gli Israeliti mandarono i loro capi più illustri e raffinati in avanscoperta. Ma come risultato della missione, il popolo dovette soffrire la terza e più grave battuta d’arresto, che causò la morte dell’intera generazione nel deserto e ritardò l’ingresso nella Terra Promessa di altri trentanove anni.
La maggior parte della parashà è dedicata ai dettagli di questa storia tragica e drammatica. L’ultima parte della parashà, tuttavia, si allontana improvvisamente dal racconto storico e discute un buon numero di leggi e di eventi che apparentemente non hanno alcuna connessione gli uni con gli altri o con i fatti ricordati all’inizio della parashà:
il requisito di portare offerte di grano e vino insieme con i sacrifici degli animali,
il requisito di dare khallà che è una parte di ogni impasto di pane ai sacerdoti,
le leggi che riguardano le offerte che espiano il peccato di idolatria,
la vicenda dell’uomo che raccolse della legna di Shabbàt,
il comandamento di aggiungere dei tzitzìt – frange agli angoli dei vestiti.
Le leggi sembrerebbero appartenere al Libro del Levitico, e l’incidente dell’uomo che raccoglieva i ramoscelli – che accadde poco dopo il Dono della Torà – sembrerebbe appartenere al Libro dell’Esodo. Perché vengono collocati qui, e come sono connessi al nome della parashà, Shelàkh, che significa semplicemente “manda”?
Per capire, ricordiamo ancora una volta che lo scopo della discesa dell’anima nel corpo, la creazione del popolo ebraico, l’esilio in Egitto e l’Esodo, il dono della Torà, e l’ingresso e la successiva conquista della Terra di Israele, sono avvenuti tutti per il preciso scopo di trasformare questo mondo in una dimora per Hashèm, che significa disseminare la coscienza divina nel mondo intero.
In altre parole noi siamo tutti – sia individualmente che collettivamente – emissari di Hashèm per realizzare il Suo scopo in Terra. Per questo è certamente opportuno che alla vigilia dell’ingresso nella terra di Israele, dove questo scopo sta per essere completato, Hashèm dice a Moshè di mandare dei rappresentanti del popolo in missione. Questo compito racchiude l’essenza di ciò che rappresenta l’ingresso alla Terra promessa: completare la nostra missione divina come emissari di Hashèm in questo mondo.
Esistono molte spiegazioni del perché gli esploratori fallirono in questa missione, e ne vedremo alcune in seguito. Ma il vero motivo sottostante del loro tragico errore fu che essi credettero che gli emissari (cioè gli Israeliti in toto), non fossero in grado di compiere la loro missione, che il Mandante avesse in qualche modo sovrastimato le capacità dei Suoi rappresentanti o sottostimato le difficoltà che essi avrebbero incontrato.
La generazione dell’Esodo conquistò il livello di coscienza divina più alto che ogni altra generazione nella storia. Hashèm li nutriva con la manna celeste, e questo ogni giorno ricordava loro il coinvolgimento divino persino negli aspetti mondani della vita. Ciò fece sì che essi diventassero i recipienti ideali per [accogliere] la Torà[1]. Essi furono anche testimoni dell’assoluto controllo di Hashèm sulle “immutabili” leggi della natura, e della Sua abilità nel sospenderle per il Suo popolo. E infine, avevano assistito alla rivelazione divina nella promulgazione della Torà sul monte Sinày. Come è possibile allora che questo stesso popolo, esposto quotidianamente ai miracoli di Hashèm, mutasse improvvisamente in una moltitudine di scettici spaventati? E come è possibile che la loro élite spirituale cadesse così in basso sin al punto di mettere in dubbio l’onnipotenza di Hashèm?
La risposta è che fu proprio la loro elevata spiritualità a condurli in errore. Essi desideravano sperimentare la vita e perseguire il divino liberi dalle distrazioni della materialità. Nel deserto erano protetti dalla nuvola di gloria, sostentati dalla manna e dal pozzo di Miryàm e soddisfatti in tutti i loro bisogni fisici. Il loro tempo era dedicato totalmente allo studio della Torà, alla meditazione e alla preghiera. Ripugnava loro l’idea di entrare nel mondo reale, dove il pane doveva essere ottenuto col sudore dato dal lavoro della terra, e la vita non poteva essere un paradiso celeste[2].
Per questo motivo gli esploratori riferirono che la terra “consuma i suoi abitanti”: essi temevano che una volta entrati finissero preda della sua materialità e non potessero più essere totalmente spirituali. Ai loro sentimenti fecero eco, secoli dopo, le parole di Rabbi Shim’òn bar Yokhày, che disse: “Se una persona ara quando è tempo di arare, semina quando è tempo di seminare, raccoglie quando è tempo di raccogliere, trebbia quando è tempo di trebbiare e fa la mondatura quando è il tempo di mondare, cosa ne sarà della Torà?”[3].Certamente, questa aspirazione ci ha indotto a desiderare, con tutto il cuore e attraverso le varie epoche, l’avvento dell’era messianica, quando la materialità terrena non distrarrà più l’elevazione spirituale[4].
È lodevole desiderare la venuta di questo tempo; tuttavia, questo desiderio deve essere bilanciato dalla umile sottomissione ai piani che Hashèm ha per il creato. Il compito della vita è vivere all’interno della realtà mondana e rivelare il divino nascosto che c’è in essa. Gli esploratori e tutta la loro generazione non erano disposti a portar avanti il mandato ricevuto sul monte Sinày – cioè portare il paradiso in terra e la terra in paradiso, perché non sono stati in grado di percepire il grande vantaggio di entrare nel mondo materiale, dove l’essenza di Hashèm può essere trovata ubbidendo ai suoi comandamenti sul piano fisico, e anche perché temevano le insidie che accompagnano questo compito più legato ad azioni fisiche che allo spirito.
Era precisamente questo equivoco che doveva essere smentito una volta per tutte prima dell’ingresso nella terra promessa. È molto facile, quando si considera l’ampiezza delle richieste della Torà nella nostra vita e gli sforzi che dobbiamo dedicare per soddisfare tali richieste in modo appropriato, cadere nella trappola del ragionamento secondo cui Hashèm ci sta chiedendo troppo. Dopo tutto, la Torà cerca di governare ogni aspetto della vita, in tutti i suoi innumerevoli dettagli. Anche studiare la Torà di per se, sembra un compito impossibile, poiché “la sua lunghezza è maggiore di quella della terra, e la sua profondità maggiore di quella degli oceani”[5].
E come se non bastasse, la Torà ci chiede di sublimare i nostri istinti animali innati e di resistere alle pressioni della società e alle sue regole. Come può la flebile voce dei pochi che sono fedeli a Hashèm vincere il frastuono di coloro che lo ignorano e non farsi condizionare dalle regole della società?
Solidi argomenti, certo, che tuttavia, dopo soltanto una riflessione momentanea, si sbriciolano. Poiché anche un committente umano, se dotato di un minimo di senso, non dà a un suo rappresentante un compito troppo difficile per lui da compiere. E se un committente umano può sbagliare nella stima delle capacità dell’emissario, Hashèm ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi: come nostro Creatore, Egli è completamente cosciente dei nostri punti di forza e delle nostre debolezze. È perciò inconcepibile che Egli possa o voglia assegnarci un compito che non possiamo portare a termine.
Fallendo la loro missione gli esploratori, paradossalmente, hanno avuto successo in un modo molto più completo. Il loro fallimento ha permesso che il bene prezioso, da loro disdegnato – ovvero il fine divino di far diventare questo mondo una dimora per Hashèm – fosse raggiunto in modo più integro rispetto a quanto il loro successo avrebbe mai potuto conseguire.
Il modo migliore per fare del mondo la dimora di Hashèm è rivelare che, in realtà, la nostra vera e innata natura è divina, ovvero realizzare la prospettiva, gli obiettivi e i desideri di Hashèm come se fossero nostri.
Quando riusciamo in questo intento, non solo seguiamo la volontà di Hashèm perché ci viene detto, ma anche perché la nostra mente e il nostro cuore ci spingono a farlo.
Il problema è che trasformare se stessi in tal senso è un processo di auto raffinamento lungo e faticoso.
Sarebbe molto più semplice e veloce sottomettersi in toto alla volontà di Hashèm dandogli “carta bianca”, piuttosto che raffinare gradualmente l’intelletto e le emozioni con un allenamento costante che insegni loro a vedere la presenza di Hashèm attraverso la materialità del mondo. Ma questo è esattamente quello che il peccato commesso dagli esploratori ci ha permesso di fare in modo più semplice.
Per prima cosa, gli esploratori riuscirono a entusiasmare il popolo all’idea di entrare nella Terra di Israele[6]. Grazie a loro, gli ebrei udirono da testimoni oculari che nella terra fluivano latte e miele, e che quindi non dovevano credere alla promessa di Hashèm solo in base alla fede. Una volta riscossi dai loro dubbi momentanei, essi vennero trascinati dal desiderio di entrare nella terra promessa. I loro figli porteranno dentro i loro cuori e menti, questa conoscenza delle virtù della terra di Israele quando vi entrarono gioiosamente insieme a Yehoshù’a. Infatti, gli esploratori che Yehoshù’a mandò in seguito, avevano solo uno scopo strategico ma non di convincimento, poiché il popolo non necessitava più un’ulteriore conferma della bellezza e delle caratteristiche benefiche della terra che li attendevano.
Secondo, il fatto che gli esploratori – essendo i CAPI di Israèl e quindi rappresentati di tutto il popolo – camminando attraverso la terra, la prepararono spiritualmente per il successivo ingresso di Israèl in toto. La missione delle spie ebbe allora l’effetto immediato di iniziare la conquista della terra e spianare la strada per la effettiva presa[7].
Terzo, se le spie e la loro generazione non avessero peccato, il popolo sarebbe comunque entrato sotto la guida di Moshè e sarebbe stato condotto ad una vittoria miracolosa dalla nuvola di gloria e dalla colonna di fuoco di Hashèm. Ma in tal modo, la vittoria e la conquista sarebbero state solo di Hashèm, piuttosto che del popolo aiutato dal Suo costante supporto. A causa del peccato degli esploratori, la terra doveva essere ora conquistata dalla prodezza in battaglia, ma la vittoria che ne sarebbe seguita, sarebbe stata il risultato degli sforzi del popolo. E poiché essi dovettero lottare per essa, la avrebbero poi valorizzata di più che se l’avessero ricevuta solo quale dono di Hashèm.
E infine, l’errore delle spie ci insegna la preziosissima lezione che possiamo tutti portare a termine la missione di Hashèm, e che non dovremmo mai fare l’errore di pensare che non siamo all’altezza della Sua chiamata per completare il nostro incarico.
Così, alla luce di quanto spiegato, era cruciale che le spie “peccassero”: era l’unico modo per raggiungere l’obiettivo di Hashèm di rendere il mondo una dimora per l’infinito, il solo modo in cui il processo storico avrebbe potuto procedere esattamente nella miglior maniera possibile. La loro vera colpa non consiste in quello che fecero, ma nel fatto che si focalizzarono solo su una faccia della medaglia, senza vedere il lato positivo del loro operato.
Forse essi possono essere perdonati per questo errore, questa era in fondo la prima volta che una generazione era chiamata a vivere il paradosso di desiderare il paradiso mentre lavorava sulla terra, di riconoscere l’importanza dell’io e allo stesso tempo abrogarlo in totale obbedienza: vivere con questa contraddizione può inizialmente sembrare impossibile. Così come dicono i nostri saggi: “tutti gli inizi sono difficili”.
In ogni caso, la lezione che dobbiamo imparare dagli esploratori è insieme l’importanza di aspirare ardentemente alla vita spirituale e di sottomettersi umilmente al desiderio di Hashèm di fare di questo mondo la Sua dimora, e di raggiungere il giusto bilancio tra questi due aspetti. Sia agire come una persona incentrata su se stessa che, all’opposto, operare con cieca obbedienza hanno entrambi degli inconvenienti: l’obbedienza cieca rappresenta il nocciolo, il substrato, del nostro impegno verso Hashèm, ma una vita basata su questo non coinvolge la persona nella sua interezza; agire nel nostro interesse permette alla prospettiva divina di permeare il nostro essere intero, ma fare ciò ci espone al rischio di lasciare che il nostro ego ci conduca fuori strada.
Lo scopo è rimanere consci del nostro impegno sovra razionale e incondizionato verso Hashèm pur facendo nostra la Sua realtà.
La nostra missione è garantita per avere successo solo quando ci impegniamo a manifestare la nostra dimensione divina in quanto mandatari di Hashèm, piuttosto che per promuovere i nostri interessi personali[8].
[1] Mekhiltà Beshalàkh 16, 4.
[2] Likuté Torà 3, 36.
[3] Berakhòt 35b.
[4] Ràmbam Teshuvà 9:2.
[5] Iyòv 11, 9.
[6] Cf Rambàn Bemidbàr 13, 1.
[7] Questa preparazione spirituale si concluse quando Moshè posò lo sguardo sulla terra dalle altitudini al di fuori di essa, proprio prima della sua morte (vedi Tzafnàt Panéakh Devarìm 34, 1).
[8] Basato su Likuté Sikhòt, vol. 23, pag. 92; Sèfer Hassikhòt 5751 vol. 13, pagg. 39-40.

ESSERE PSICOLOGI DI SE STESSI!

Come bisogna essere medici del proprio corpo e capire le cause di ogni sintomo a cosa può portare, così bisogna essere medici della propria psiche. Capire che in certi momenti di poco equilibrio bisogna agire con maggiore prudenza.

Il Rebbe dice che la nostra generazione deve agire con più giogo divino e sottomissione e non basare il rapporto con Hashem solo sulla razionalità, perché in questi tempi si potrebbe rischiare di cadere spiritualmente.

Questo è il consiglio e l’ordine dato da Moshè agli esploratori di comportarsi come turisti e non come spie. Tuttavia loro essi si sono comportati diversamente, pensando di essere furbi e fare un salto di livello che li porterà a una caduta storica indimenticabile.

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IL PECCATO DELLA COMPARAZIONE DEGLI ALBERI!

Esplorazione del mondo nascosto dell’enigmatico “raccoglitore di legna”!!!

Al seguente link troverai la pagina web con la lezione sulla nostra parashà:

http://www.virtualyeshiva.it/2009/06/18/shelakh-5769-il-peccato-della-comparazione-degli-alberi

dal seguente link si può scaricare il file audio immediatamente, senza aprire la pagina web:

http://www.virtualyeshiva.it/files/09_06_18_shelakh5769_mekoshesh_shabbat_basevita.mp3

Per ascoltare le altre lezioni sulla nostra parashà cliccare al seguente link:

http://www.virtualyeshiva.it/2015/06/06/shelakh-5772-6-lezioni/

SHELAKH 5770 – TRE TIPI DI AMORE
Mettendo in parallelo il pensiero di Maimonide sulle regole della teshuvà con quello degli esploratori, capiremo che anche se loro avevano pensato di agire per volontà di Ha-shèm, in realtà non avevano ancora raggiunto il livello ottimale di amore per Lui.

SHELAKH 5769 – IL PECCATO DELLA COMPARAZIONE DEGLI ALBERI!
Esplorazione del mondo nascosto dell’enigmatico “raccoglitore di legna”!!!

SHELAKH 5768 – AMORE DEGLI ESPLORATORI INFINITO A MOSHE!
Come hanno fatto gli esploratori a sbagliare così gravemente?

SHELAKH 5766 – IL PREZZO DELL’INGRATITUDINE!
Che cosa impariamo dall’errore degli esploratori?

SHELAKH 5766 – TRASFORMAZIONE DEL BENE IN MALE
Le origini del grave errore di valutazione degli esploratori mandati in eretz Israel, sono le stesse che oggi possono portarci lontano dalla missione che Ha-shem ci dato in questo mondo!
Che cosa impariamo dall’errore degli esploratori?

SHELAKH 5765 – QUANDO IL DESERTO AFFASCINAVA DI PIU DEL LAVORARE LA TERRA!
Perché gli esploratori misero in discussione la volontà di Ha-shem?